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La tua ultima canzone per l’estate

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Una delle doti più grandi che attribuisco a De André è la capacità di trovare un incrocio di parole e musica che riesca a essere corrosivo e allo stesso tempo invitante. Nel 1973 il cantautore genovese aveva pubblicato ‘Storia di un impiegato’, album che fu massacrato da critica e poco apprezzato dal pubblico. Essendo un concept album si narrava una storia lunga tutto il disco, la storia di un impiegato che si rende conto di far parte di quella schiera di borghesi vigliacchi che il movimento del ’68 ha contestato. Dopo essersi ribellato al potere al quale soggiaceva riesce infine a sostituirsi ad esso: infatti è necessario che tutto cambi perché niente cambi e il potere deve essere semplicemente esercitato da altre persone.  ‘Canzone per l’estate’ fu scritta da De André e De Gregori nel 75, e credo possa benissimo essere vista in continuità con le canzoni di ‘Storia di un impiegato’. Negli anni dal dopoguerra agli anni 70 in Italia avvenne una piccola rivoluzione: una massa enorme  di persone passò da una condizione di povertà a una situazione più agiata, in un mondo che iniziava ogni giorno di più a richiedere nuovi consumatori. La canzone in questione parla della situazione di una famiglia ‘borghese’ italiana negli anni ’70. L’efficacia della narrazione e il ritmo incalzante donano a questo pezzo, a mio modo di vedere, un qualcosa di magico: cinque intensi minuti in cui il quadretto che viene descritto si avvicina in modo incredibile alle nostre vite, a quella sensazione di avere tutto ma non avere niente. Il protagonista del brano ha rinunciato alle vecchie lotte per accomodarsi su una seggiola comoda e abbandonarsi a una vita più tranquilla, ma non avendo più sogni non riesce più a spiccare il volo: l’ennesima lezione di De André, che questa volta può aiutarci a ripensare al senso del nostro impegno politico e alla necessità di vivere sempre con coerenza.

‘e ogni giorno un altro giorno da contare’

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The King of Ireland

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Sei anni fa se ne andava, vinto dal cancro, Ronnie Drew, voce dei Dubliners, definito Re d’Irlanda da Bono Vox. A differenza del leader degli U2 era una figura amata praticamente da ogni parte dell’isola color smeraldo. Era musica ma erano anche storie di contee lontane, storie di anni di fame e di emigrazione. Non sono mai stato un grande fan dei Dubliners, ma penso sia giusto così: credo ci sia un sentimento di orgoglio nazionale nella loro musica da cui è difficile farsi catturare, sentimento che giustifica il grande successo che hanno avuto in 50 anni di carriera. Le loro canzoni possono essere ascoltate ogni sabato notte in ogni pub dell’isola, da est a ovest, reinterpretate da agricoltori che si scoprono cantanti e suonatori al calar del sole. Qualche anno fa mi accadde qualcosa che ricorderò per sempre e che conferma tutti i vecchi luoghi comuni che dicono che la musica scorre continuamente nel sangue degli irlandesi. Mi trovavo nel Clare, contea nell’Ovest dell’isola, una delle meno popolate in quanto praticamente desertica e quasi priva di attività agricole intensive. Non mancava il pub però in quell’angolo di nulla, pub come tutti molto curato nell’aspetto e predisposto per essere accogliente anche per i pochi foresti. Io e un’amica eravamo seduti un po’ in disparte con la nostra Guinness rispetto ad alcuni anziani che invece erano al bancone a sorseggiare superalcolici. Qualche bicchiere dopo uno di loro, barba lunga proprio alla Ronnie Drew, lancia il suo vicino di destra: ‘Dai forza, cantaci una canzone da dove vieni tu, da Kerry!’. L’interpellato si schiarisce la voce e parte a cantare a cappella una canzone di cui è ovviamente impossibile io ricordi una parola o la melodia. Anche perché appena conclude un altro dei simpatici signori, quasi sentitosi sfidato o forse solo per passare la serata, parte a cantarne una dei luoghi da cui lui viene, il Nord. Tutto procede in questo modo almeno per mezzora, passata la quale si concretizza il terrore che avevo iniziato a provare dall’inizio: si girano verso di noi. ‘Allora, ce la canti una canzone italiana?’. Colto veramente alla sprovvista e con poche possibilità di uscirne incolume non riesco a pensare di meglio che Rimmel di De Gregori. Con il senno di poi tornerei indietro e ne canterei un’altra ma sul momento, confidando sul fatto che non sapevano l’italiano e che la melodia è tutto sommato carina, mi sembrò una scelta accettabile. Se non altro quella scena che ad occhi italiani potrebbe risultare patetica, ci fruttò 4 o 5 Guinness a testa che ci offrirono, e la serata andò come si può ben immaginare. Non c’è episodio migliore per spiegare cosa è l’Irlanda a mio modo di vedere, e forse esso spiega anche come mai i Dubliners e Ronnie Drew ebbero tanto successo: perché alla fine il loro modo di fare musica e di raccontare storie era un po’ come raccogliere le voci e i sentimenti di quegli anziani signori (un tempo lavoratori instancabili ed emigranti) ed interpretare lo spirito dell’Irlanda.

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Quasi Radiohead

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Dicembre 2011, pochi giorni prima di Natale. Frotte di fan dei Radiohead si aggirano su internet ascoltando di nascosto vecchi brani della band di Oxford per provare a sopravvivere all’ultimo album The King of Limbs, album molto ‘innovativo’, ‘sperimentale’, ‘strano’ o ‘brutto’ a seconda dei gusti. Il fan dei Radiohead tipo digerisce qualunque cosa venga partorita dalla mente del leader Thom Yorke ma sotto sotto si sente frustrato dal non riuscire a trovare nulla che ricordi da lontano un ritornello canticchiabile in canzoni come ‘Bloom’ o ‘Feral’, anche se lo nasconderà fino alla morte. In questo fine anno di crisi economica e alluvioni devastanti arriva qualcosa che scalda i cuori di tutti i seguaci della band inglese: è una vecchia demo caricata su Youtube, proveniente dalle registrazioni del secondo album ‘The Bends’ e mai utilizzata. Il titolo è ‘Putting Ketchup In The Fridge’, nome bizzarro ma che per il popolo è una grande dimostrazione della genialità di Thom Yorke. La sua voce suona emozionante e la canzone in sé è nettamente superiore a tante altre canzoni contenute in ‘The Bends’. In ogni caso il pezzo piace a tutto il mondo e rende il Natale 2011 uno dei più belli di sempre. Ma la notizia che arriva qualche giorno dopo smorza tutti gli entusiasmi, o perlomeno lascia perplesso il fan dei Radiohead, che per definizione non fallisce mai: il pezzo non è loro, ma di Christopher Stopa, un panettiere sconosciuto di Toronto con l’hobby di scrivere canzoni e si chiama ‘Sit Still’. Il commerciante e cantautore canadese dichiara di non sapere perché il primo a caricare la canzone su Youtube abbia scelto di farlo col titolo ‘Mettendo il ketchup in frigo’, e si compiace del fatto che i fan non abbiano avuto troppi contraccolpi alla notizia ma ancora apprezzino il suo brano. La cosa simpatica è che molti di quelli che avevano caricato la canzone hanno modificato il titolo in ‘Sit Still – Christopher Stopa’ ma nel video rimane ovviamente il buffo faccione di Thom Yorke.

La lezione è bellissima ed è una luce per il domani in tempi bui: anche un panettiere di Toronto può essere i Radiohead.

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