be still

Schermata 2018-08-16 alle 17.10.08

Io c’ero, ci sono passato sotto ieri, sopra l’anno scorso, ci sarei passato domani, è colpa della gronda, colpa dei no gronda, risarcimenti, vergogna, e noi paghiamo. Il 14 Agosto, a poche ore da una tragedia incommensurabile, tutto era già diventato merce da social, e io mi chiedevo come fosse possibile che le persone avessero voglia di esprimere qualcosa. Sono stato un’ora in silenzio davanti a un computer, in un ufficio vuoto, in un’altra città. Un genovese è abituato alle sciagure, è vaccinato , è diventato negli anni molto, molto forte. Genova è una città fragile, e se ci cresci ti abitui all’idea e ti affezioni anche a quello, impari ad apprezzare le imperfezioni di una città decadente e splendida, abbandonata ma che attira chi sa giudicare oltre le apparenze. Quello che è successo Martedì però è un’altra storia. Ci sono diverse ragioni che mi hanno inchiodato a quella sedia facendomi totalmente dimenticare il pranzo: l’aspetto più pragmatico, che in tantissimi hanno sottolineato, è che fa orrore l’idea che potesse veramente capitare a chiunque, e questo porta a riflessioni più profonde sulle ragioni per cui sono morte alcune persone e non altre. Anche le alluvioni sono state tragiche, ma qui la sensazione di paura è stata amplificata dall’assoluta rapidità e imprevedibilità di un evento disastroso che ha tolto la vita a 40 persone scelte a caso. Era talmente scontato quel tratto di strada che non lo consideravi neanche un ponte, semplicemente un tratto di autostrada, un pezzo di città. Mi capitava di pensarlo come un ponte quando ci passavo sotto, e spesso mi chiedevo come avessimo fatto a costruire un ponte su delle case, se fosse vita vivere tra un pilone di calcestruzzo e il Polcevera. In molti se ne sono accorti ora che è caduto che c’erano persone sotto quel ponte. 

Non sono una persona che ama la retorica, mi piace essere concreto, ma in questi giorni ho fatto fatica a pensare alla viabilità, alla politica, alle responsabilità di società autostrade, e ho compatito chi per lavoro deve farlo, perché va fatto. Mi sono concentrato su una botta psicologica molto forte, che ho provato io e tutte le persone con cui ho parlato. La sensazione drammatica che in Italia ti può succedere di tutto se crolla uno dei viadotti più importanti del nord ovest, e che Genova rischia di essere spacciata, oppure può provare a rilanciarsi una volta per tutte. Mi piacerebbe che il rilancio passasse da una domanda che tutti ci dovremmo porre su cosa vorremmo fosse la nostra città fra 100 anni. Servirà di certo un ponte nuovo, altre infrastrutture, ma bisogna anche domandarsi sul serio se il nostro futuro dipende solo dalle infrastrutture o c’è qualcos’altro da fare.

Non era solo un ponte. Non provavo nessun sentimento nei confronti del viadotto per quanto mi riguarda, un pezzo di calcestruzzo, ma non era un ponte. Dire che è caduto un ponte a Genova secondo me non rende l’idea, e probabilmente non c’è nulla che possa farlo. Ho provato a descrivere ad amici la situazione cercando un paragone con Milano, ma è impossibile. Un crollo di questo genere spezza in due la città, ti sbatte in faccia la fragilità di Genova, le colpe di tutti noi, che abbiamo permesso che il territorio fosse devastato da opere che neanche reggono, oltre a essere spesso uno sfregio al territorio. Come è facile mettere in ginocchio questa città. Sul treno, lasciando Genova, mi son reso conto di quanto la ami e ho pensato che non sarei potuto nascere in un altro posto. Una città fragile necessità protezione, e questo è probabilmente il motivo per cui un genovese, anche vivendo molto lontano, rimane legato a questo sfortunatissimo tratto di costa.

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