Exit West e i confini del mondo

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“In una città traboccante di rifugiati ma ancora perlopiù in pace, o almeno non del tutto in guerra, un giovane uomo incontrò una giovane donna in un’aula scolastica e non le parlò”. Non ho mai capito perché, ma alcuni scrittori sono talmente bravi che, anche senza sforzarsi, senza risultare costruiti, riescono con estrema semplicità e in pochissime righe a farti toccare l’anima del libro. Mohsin Hamid, scrittore pakistano già molto noto ai lettori più attenti, ci è riuscito ancora nell’incipit del suo ultimo romanzo Exit West, uscito quest’anno per Einaudi. La storia è quella di due ragazzi, Nadia e Saeed, cresciuti in una città che vive le drammatiche conseguenze di una guerra e che cercano un posto in cui vivere ed essere felici. I dubbi, il rimpianto per quello che ci si lascia dietro, le speranze, l’umiliazione, il sogno di ammirare un giorno i cieli stellati del Cile. Ciò che unisce tutto il racconto e rende il libro speciale è però la figura centrale delle porte. Una porta è solo un pezzo di legno contornato da un architrave che separa due spazi, ma può essere molto di più. Hamid in questo caso vede la porta come confine, e a attraverso un espediente fantascientifico fa vacillare alcune delle nostre certezze su queste linee invisibili e reali che ci separano dai nostri vicini. I confini sono porte, ma sono porte anche i cellulari, i computer e l’accesso che danno al mondo. Quando scriviamo su Twitter oltrepassiamo una porta, quando comunichiamo su Skype oltrepassiamo una porta, e in questo romanzo Hamid immagina che Saeed e Nadia possano utilizzare le porte-confini con la stessa facilità con cui si servono delle porte tecnologiche. Un romanzo sui confini esteriori e interiori, ma anche sull’amore e la paura, sentimenti che sempre di più dominano l’attualità e scandiscono il ritmo delle nostre vite. L’amore che ci porta a muoverci, la paura che porta a chiuderci in noi stessi, l’amore che ci invita a condividere e la paura che ci intristisce. Exit West è una storia d’amore soprattutto, non una storia di rifugiati, e credo vada letto in questa ottica. E’ un libro di cui godere senza pregiudizi e avendo cura di liberarsi di tutti i pesi di cui l’informazione e l’attualità ci caricano, e che offre spunti molto interessanti: il confine più difficile da abbattere, che separa la razionalità dall’emotività; la pochezza e l’inutilità dei nostri muri di fronte alla cruda ma anche magnifica realtà; l’assoluta necessità di tornare a incontrare le persone, guardarle negli occhi, conoscersi e conoscere le storie di ognuno, ritrovando ciò che ci unisce. L’idea che alla fine la paura e l’amore, sentimenti che accomunano tutti gli esseri umani possano rappresentare una possibilità di costruzione di un mondo migliore.

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