Goats Head Soup e la maledizione del disco di Angie

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Come si fa a ripartire dopo un disco come Exile on Main Street? Dopo un album considerato uno dei migliori della storia della musica, dopo un tour di 50 date negli Stati Uniti che diventerà leggenda? Nel 1972 i Rolling Stones, per loro stessa ammissione, sono un po’ spremuti dal successo oltre che dalle vicende legali che li perseguitano, e le varie componenti del gruppo iniziano a muoversi in ordine sparso: mentre Keith Richards  è sempre più tormentato dalla dipendenza dall’eroina, Mick Jagger assurge ormai  al ruolo di ‘guida’ della band, sempre più rock star inserita nel jet set, quando fino a qualche anno prima il successo degli Stones era basato anche sul fatto che non avesse bisogno di alcuna guida. Nel frattempo Mick Taylor, che ha sostituito ormai da anni il chitarrista Brian Jones, scomparso tragicamente nel 69, oltre a non andare d’accordo con Keith Richards non si sente del tutto valorizzato nella band, e inizia a palesare il suo disagio. Exile era un album glorificato dalla critica e dal pubblico, una grandiosa armonia di pezzi che sembravano, quasi per magia, essersi disposti in modo da creare una delle meraviglie della musica contemporanea. Era possibile ripartire da un successo del genere e pensare di poterlo superare o eguagliare? Ovviamente no. L’errore che si fa molto spesso, comprensibile e naturale, è quello di classificare ogni cosa: dal migliore al peggiore, dal più bello al più brutto. In questo modo dimentichiamo però che ogni album andrebbe valutato per quello che è, cercando il più possibile di evitare i paragoni con ingombranti precedenti, e rimuoviamo dalla nostra memoria quelli che consideriamo incidenti di percorso.

Così è successo anche per gli album dei Rolling Stones: per anni il seguito di Exile on Main Street, Goats Head Soup (dal nome di un piatto giamaicano) è stato considerato uno degli album peggiori della band inglese, uno degli incidenti di percorso da dimenticare. Ovviamente nessuno può negare che ci sia un abisso tra Let it Bleed, Sticky Fingers,  Exile e gli album che vennero dopo. Proviamo però a fare uno sforzo e ricerchiamo  la bellezza nascosta nell’album che da molti viene considerato l’inizio del declino. All’interno di Goats Head Soup, registrato in Giamaica, uno dei pochi paesi in cui la band non era ricercata per motivi fiscali o di ordine pubblico, troviamo molti degli aspetti che rendono questi anni tra i più difficili nella carriera degli Stones. Complici anche i problemi di dipendenza di Keith Richars, Mick Taylor risulta essere fondamentale nella creazione del suono di Goats Head Soup: disco più introspettivo e lento, meno travolgente ma permeato di un sottile velo di malinconia. Per anni l’album viene ricordato semplicemente come ‘l’album di Angie’, scelta come primo estratto e che lo fece schizzare in vetta alle classifiche. Lungi dallo sminuire Angie, canzone meravigliosa che giustamente rimane tra le più ricordate, soprattutto negli Stati Uniti, è un pezzo che, se ascoltato nel contesto del suo album, assume una bellezza ancora più profonda, mentre solitamente viene presentata semplicemente come la grande hit, rischiando di perdere parte del suo fascino. Ovviamente Angie fece per magia dimenticare il resto dell’album: Coming Down Again, ballata scritta e cantata da un Keith Richards molto ispirato che, secondo quanto scrive Richards stesso nella sua autobiografia ‘non so se trattasse della droga, era soltanto una canzone triste, di quella malinconia che cerchi dentro te stesso’. Sorretta dal piano di Nicky Hopkins, la canzone ha il suo culmine in uno splendido assolo  di sax, in una sorta di dialogo onirico. La prima canzone registrata durante le sessioni del disco fu  ‘Winter’ (titolo paradossale per una canzone incisa in un paese caraibico), vera perla dimenticata dell’album, e tra le più sottovalutate dell’intera discografia dei Rolling Stones. La voce di Mick Jagger è graffiante e malinconica, un qualcosa di abbastanza inedito rispetto ai precedenti della band. Ciò che rende però Winter indimenticabile e unica è il talento unico di uno dei chitarristi più sottovalutati della storia della musica. Keith Richards è del tutto assente nel pezzo, come in molti altri dell’album, e Mick Taylor può quindi sfoggiare tutto il suo estro, con assoli splendidi e radiosi che donano al brano un senso di maestosità. Mai del tutto inserito negli Stones, sentendosi poco valorizzato e non riuscendosi a imporre come autore, nel 1974 lascerà il gruppo: penalizzato da un carattere schivo e introverso, resterà sempre nell’ombra di chitarristi meno talentuosi. Anche lui, come Goats Head Soup, andrebbe rivalutato e ringraziato per il contributo che ha dato agli Stones nella realizzazione di alcuni degli album più significativi della storia della musica contemporanea.

Contro ogni recensione e stroncatura, Goats Head Soup va riascoltato e rivalutato. Questo non significa che si possa improvvisamente arrivare a definirlo pari ai precedenti, ma che si avrà in qualche modo la possibilità di rivivere un momento cruciale nella storia dei Rolling Stones, di apprezzare il lavoro che c’è dietro, di notare elementi di bellezza anche nell’imperfezione di un disco ingiustamente dimenticato.

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