Archivi del mese: gennaio 2016

Rescue the frog: l’assuefazione ai cambiamenti climatici

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In questi giorni, mentre infuriavano le polemiche sulle unioni civili, molti di coloro che sul web si dichiaravano contro una legge che le regolamenti, giustificavano le proprie posizioni sostenendo che vi siano altri problemi più urgenti in questo difficile periodo storico: criminalità, crisi economica, disoccupazione, immigrazione. Questo è ciò che si leggeva, ed è ciò che emerge anche dalle periodiche analisi degli istituti di statistica relative ai problemi più sentiti dagli italiani. Quello che mi ha colpito è che raramente, quasi mai a dire il vero, si leggono nelle risposte temi legati all’ambiente e ai cambiamenti climatici. L’unico aspetto che ultimamente è venuto più a galla è quello dell’inquinamento dell’aria, anche per la forte crisi dello scorso Dicembre, quando alcune città hanno preso decisioni drastiche per tentare di risolverla. Anche in questo caso, però, si tratta di un singolo aspetto del problema, e gli italiani in generale non sembrano avere una visione globale rispetto ai problemi dell’ambiente e ai drammatici cambiamenti che l’uomo sta generando su di esso. Prova ne sono l’assenza pressoché totale nel dibattito pubblico del tema, la relegazione di qualsiasi analisi ad esso attinente alle pagine interne dei quotidiani, la rinuncia a forti attività di mobilitazione legate al clima da parte dei grandi partiti di opposizione e dei movimenti, in un periodo in cui in molte aree del vecchio continente il tema sta diventando uno dei più sentiti dalle opinioni pubbliche e sta entrando nelle agende dei governi. Pur essendo scontato che in un mondo sempre più complesso vi siano più problemi da affrontare contemporaneamente, credo che i cambiamenti climatici causati dalle attività umane dovrebbero essere una delle priorità di cui occuparsi, anche perché spesso sono essi stessi causa di altri problemi. Non sono uno scienziato, ma in quanto cittadino mi interesso delle condizioni del pianeta su cui vivo e me ne preoccupo. Questo dovrebbe essere l’approccio di tutti: ascoltare chi ha le competenze e chiedere con forza che lo faccia anche chi ci governa. Come su ogni tema, anche in questo caso un cambiamento di mentalità dei nostri governi non può che partire dal basso: certo, è importante che Obama ne parli, che il papa dedichi al tema un’enciclica e che personalità del calibro di Leonardo di Caprio devolvano parte ingente dei propri averi a finanziare la ricerca. Ma finché non saremo tutti noi a sentire che il nostro pianeta ha bisogno di una riduzione consistente del nostro impatto su di esso, cambierà poco, anche perché sono spesso le nostre abitudini ad essere le principali cause dei problemi. In questi mesi sto assistendo a molti fenomeni preoccupanti: vedo l’inverno più caldo che io ricordi, con un anticiclone che domina l’Europa senza lasciare spazio alle classiche perturbazioni atlantiche unite a discese di aria fredda dall’Artico; di conseguenza ho visto scarse precipitazioni piovose e pochissima neve sulle Alpi, fatto che si potrebbe ripercuotere sulla disponibilità di acqua nel prossimo futuro, se primavera ed estate dovessero seguire lo stesso trend; ho visto le grandi città soffocate dall’inquinamento rispondere in maniera adeguata ma poco incisiva su un problema non risolvibile semplicemente attraverso ordinanze comunali; ho visto la NASA e il NOAA dichiarare senza ombra di dubbio che il 2015 è stato l’anno più caldo a livello globale da quando si fanno le rilevazioni delle temperature (1880) e che i record precedenti (2014,2010 e 2013) sono stati battuti in maniera consistente. Secondo alcuni studi sembra che ci siano le potenzialità perché il 2016 stabilisca un nuovo record: ha senso aspettare la fine dell’anno per iniziare a preoccuparsi? I dati sono già abbastanza eloquenti. Gli italiani però sembrano non capire la differenza tra clima e tempo meteorologico: in occasione di forti ondate di freddo (ormai molto più rare delle ondate di caldo), non di rado si sentono considerazioni legate all’inesistenza del global warming supportate dal fatto che è gelata l’acqua del ruscello sotto casa. In questo, dovrebbe essere l’informazione a dare una mano, ma conosciamo bene i problemi legati ai media nel nostro paese: tira molto di più concentrarsi sulla criminalità e l’immigrazione e in generale su ciò che fa vendere copie e fare ascolti. Qualche anno fa avevo visto un video che mi aveva colpito e che spiega in modo molto semplice il meccanismo di assuefazione che rende quasi inesistente l’indignazione dei cittadini rispetto ai problemi del clima: era un cartone animato, nel quale una rana veniva immersa in un contenitore di acqua bollente e, constatata l’alta temperatura del liquido, ne saltava fuori immediatamente. Nella sequenza successiva la stessa rana veniva immersa in un altro contenitore pieno di acqua, questa volta tiepida. L’acqua veniva gradualmente riscaldata, e nonostante la temperatura salisse agli stessi livelli del primo contenitore, la rana non saltava fuori e doveva essere salvata. Un video che ci invita a riflettere su quanto sia importante agire per cambiare prima che siano eventi fuori dal nostro controllo a costringerci a farlo.

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