Archivi del mese: giugno 2015

La California a secco

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‘Stamattina non mi sono fatto la doccia’, ‘L’idea del vostro praticello annaffiato ogni giorno è cosa del passato’. Le parole del settantasettenne governatore della California, Jerry Brown, danno il segno della gravissima siccità e crisi idrica che ormai dal 2011 attanagliano lo stato di Los Angeles e San Francisco. Lo scorso Aprile Brown è arrivato addirittura a misure necessarie come l’obbligo per tutti i cittadini di ridurre del 25% i consumi di acqua. Anche se il taglio non riguarda il settore agricolo, settore che utilizza l’80% delle risorse idriche dello stato, la riduzione forzata dei consumi (sono previste multe) era l’unica soluzione possibile: già un anno fa era stato chiesto alla cittadinanza di tagliare volontariamente i propri consumi di acqua del 20%. Questa lunghissima crisi idrica nasce da ultimi anni di precipitazioni invernali pressoché inesistenti (scarsissime quelle nevose, fondamentali per una fornitura d’acqua a lungo periodo) ma anche dalla dipendenza di sette stati dell’Ovest da un’unica fonte di acqua: il fiume Colorado. Il 70% della popolazione di Wyoming, Colorado, Utah, New Mexico, Nevada, Arizona e California fa affidamento sul Colorado per soddisfare la domanda interna di acqua. Nel 1922 questi sette stati, ossia gli stati lungo il bacino del fiume, sottoscrissero un patto per spartirsi l’acqua. Il problema è che all’epoca sovrastimarono la portata del fiume e soprattutto non considerarono la crescita economica che ebbe la California e il sud Ovest degli USA in generale nei decenni seguenti. Tra sprechi durante il prelevamento dell’acqua e decine di dighe costruite per alimentare un’economia e una popolazione in costante crescita negli ultimi 15 anni i nodi stanno venendo al pettine. Il 2014 è stato l’anno più caldo in California da quando si registrano le temperature, il fiume dalla cui acqua dipende il 15% delle scorte alimentari degli Stati Uniti sta morendo e le soluzioni alla crisi idrica sembrano lontane. Ai danni economici (uno studio della UC Davis calcola che la scarsità di acqua costerà all’economia californiana 2,7 miliardi solo nel 2015), si sommano gli effetti che questa situazione ha su fauna e flora: sono a rischio popolazioni di anatre e oche e ci potrebbero essere ripercussioni serie anche per quanto riguarda il ‘Joshua tree’, albero tipico dei deserti del sud-ovest degli Stati Uniti. Senza considerare poi i problemi legati agli incendi, ormai sempre più frequenti e devastanti. In tutto questo il paradosso è che la California è uno stato in continua crescita: dopo la crisi l’economia è ripartita, la popolazione continua a crescere, le città si espandono e pullulano di progetti e soldi. Se la California fosse uno stato a sé sarebbe la settima economia mondiale. In definitiva in California c’è tutto tranne l’acqua. La sua scarsità ormai cronica impone ai governanti scelte impopolari e ai cittadini cambiamenti radicali nello stile di vita. La transizione verso un nuovo modello di sviluppo può avvenire in modo violento oppure come scelta volontaria. Le opzioni sono queste. Forse vale la pena farsi una doccia in meno?

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