Archivi del mese: febbraio 2015

L’introduzione di Oriana Fallaci a ‘Il richiamo della foresta’ di Jack London

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(il fiume Yukon in una foto di Walter Bonatti)

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HSBC, Hervé Falciani: la cassaforte degli evasori

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Uscito ieri per Chiarelettere, ‘La cassaforte degli evasori’ è la storia dello scandalo denominato ‘Swissleaks’ della banca privata svizzera HSBC, raccontata in prima persona da chi ha denunciato il sistema che consentiva a migliaia di società e persone fisichedi evadere il fisco nel proprio paese: Hervé Falciani. Come è noto Falciani è un ingegnere informatico italofrancese che ha lavorato per molti anni nella banca svizzera, venendo presto a conoscenza dei segreti che portavano la banca a essere una delle preferite dagli evasori fiscali di tutta Europa. Il libro non è interessante solamente per le informazioni dei sistemi usati dalla banca per aiutare i clienti nell’evasione, ma anche perché ci dà un quadro, seppur approssimativo, della personalità dell’uomo. Cresciuto a Montecarlo da madre italiana e padre monegasco (bancario), Falciani racconta delle stranezze di un infanzia vissuta in un paradiso fiscale, della consapevolezza raggiunta a scuola del fatto di non essere cittadino del principato (la cittadinanza è molto difficile da ottenere se non si è ricchi), del rendersi presto conto che il posto in cui vivi non è una nazione come le altre ma un posto in cui nascondere fortune non dichiarate nel proprio paese, del vedere il proprio padre sommerso di lavoro quando i francesi temevano per l’arrivo dei socialisti al potere e spostavano il denaro in massa verso lidi più sicuri. E, in definitiva, della frustrazione provata nel sentirsi residenti, ma non cittadini. Durante l’università, lavorando presso la banca del casinò, Falciani inizia a toccare con mano la criminalità fiscale, con episodi di corruzione e complicità tra giocatori e controllori per ripulire somme ingenti di denaro provenienti da attività illecite o frutto di evasione. Ma la parte più interessante del libro è senz’altro tutta quella riguardante la HSBC. Per capire bene il sistema il libro va letto, e sarebbe senz’altro troppo lungo raccontare ciò che scrive della banca privata, ma in definitiva alcuni comportamenti che denuncia sono riscontrabili lungo tutto il libro. Per prima cosa il segreto è alla base del sistema: il segreto tutela i clienti ma forse ancora di più la banca. Senza il segreto non sarebbe stato probabilmente possibile per la banca aggirare la direttiva europea del 2005 sul risparmio che prevedeva la tassazione dei depositi bancari nei paesi europei e in Svizzera. In quel caso secondo Falciani, essendo la norma valida inspiegabilmente solo per le persone fisiche, la HSBC aiutò tantissimi clienti a creare società scudo in altri paradisi fiscali alle quali intestare i conti. Oltre al segreto è la mancanza di tracciabilità a rendere le indagini sui reati fiscali e finanziari difficili e lunghe. Intermediari, società scudo, opzioni, swap: la finanza è sempre un passo avanti gli investigatori. Infatti un altro aspetto su cui Falciani si sofferma è l’arretratezza delle armi a disposizione di chi deve perseguire i reati finanziari rispetto a chi quei reati li compie o aiuta altri a compierli. Molti dei dati sui clienti che l’italofrancese autore del libro aveva nascosto in un cloud sono risultati incomprensibili per settimane agli occhi degli inquirenti. Anche per questo motivo l’aspetto più importante di questa lettura, consigliatissima, è la necessità di una politica di aiuto e stimolo nei confronti dei ‘whistleblowers’. Ancora oggi in Europa, al contrario che negli Stati Uniti, chi vuole denunciare reati scoperti sul posto di lavoro deve infrangere la legge. Una protezione viene assicurata solo per i pentiti di mafia. E’ sicuramente necessario avere sempre più persone che dall’interno di un sistema malato lo denunciano e ottengono, facendolo, la protezione dello Stato. E questo dovrebbe accadere in tutti i campi e in tutte le aziende, non solo quelle pubbliche (ma si deve partire sicuramente da queste ultime). Alla mancanza di controlli seri, al segreto usato come arma dei ricchi per nascondere le proprie ricchezze, alla subalternità della politica nei confronti delle banche si aggiunge il mito un po’ neoliberista che la finanza non vada regolata, sempre nel contesto di un mercato che si autoregola e di un sistema che alla fine fa bene a tutti. Quello che è certo che un paradiso fiscale come la Svizzera nel cuore dell’Europa non fa bene a tutti, fa bene solamente alle tasche di pochissimi. Sempre meno, ma sempre più ricchi.

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La miseria è la forza del Paese. Longanesi, 1957

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La miseria è ancora l’unica forza vitale del Paese e quel poco o molto che ancora regge è soltanto frutto della povertà. 

Bellezze dei luoghi, patrimoni artistici, antiche parlate, cucina paesana, virtù civiche e specialità artigiane sono custodite soltanto dalla miseria. 

Dove essa è sopraffatta dal sopraggiungere del capitalismo, ecco che si assiste alla completa rovina di ogni patrimonio artistico e morale.

Perché il povero è di antica tradizione e vive in una miseria che ha antiche radici in secolari luoghi, mentre il ricco è di fresca data, improvvisato, nemico di tutto ciò che lo ha preceduto e che l’umilia. La sua ricchezza è stata facile, di solito nata dall’imbroglio, da facili traffici, sempre o quasi, imitando qualcosa che è nato fuori di qui. 

Perciò quando l’Italia sarà sopraffatta dalla finta ricchezza che già dilaga, noi ci troveremo a vivere in un paese di cui non conosceremo più né il volto né l’anima.

Leo Longanesi, ‘La sua signora’

Nella foto il paese di Montecanne, in Valle Scrivia.

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Convincere, non costringere

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Il successo di Syriza (come quello parziale di Podemos) ha dimostrato che la sinistra in Europa è ancora capace di elaborare proposte di politica in grado di convincere milioni di elettori. Chi è stato in Grecia ha raccontato di una grande euforia, ma anche di persone che chiedono risposte immediate. Effettivamente il successo di Tsipras è stato così marcato perché, come ormai succede in molti dei paesi europei in difficoltà, l’elettorato è estremamente mobile e la situazione greca di una larga fascia di popolazione è disperata: in definitiva è un ultimo (o primo?) tentativo dei greci di uscire da questa situazione. Il problema viene ora, perché mentre agli altri partiti politici sono stati concessi decenni per portare il paese a questa situazione, Syriza (volendo anche giustamente) ha molto meno tempo per provare a risollevarlo e il suo elettorato non ha possibilità di aspettare anni. La domanda che sorge spontanea è: è necessaria una catastrofe umanitaria come quella che si verifica in Grecia perché un partito alternativo ai partiti conservatori elabori una proposta che convinca la maggioranza? Ovviamente la risposta deve essere no.  E se la risposta è sì tutte le persone di buon senso converranno che sia auspicabile che, parlando dell’Italia, il governo di Matteo Renzi riesca a risollevare l’economia del paese senza che si arrivi alla catastrofe. Altra domanda: ci sono alternative al Partito Democratico? Per il momento si vedono i soliti movimenti di persone sinceramente impegnate e desiderose di protestare e proporre, ma nulla che si avvicini a una proposta unitaria e chiara. Lo scenario che ci appare guardando a sinistra è sempre un ‘sta per nascere qualcosa’, un’ eterna ‘piattaforma delle forze alternative al Pd’, un prepararsi e discutere senza giungere a un qualcosa di concreto che a livello nazionale dia idea di unità e determinazione. Spiace dirlo ma la sinistra, in anni di fallimenti dei governi che si sono succeduti alla guida del nostro paese, ha fallito ugualmente, e per l’ennesima volta. E’ nato il Movimento 5 Stelle, realtà molto positiva sotto alcuni aspetti, è stato permesso che la Lega Nord resuscitasse dopo anni di scandali e di ininfluenza politica, e mentre gli elettori scappavano dai due principali partiti italiani quello che la sinistra è riuscita a fare è stato proporre una lista che prendeva il nome da un leader di partito straniero (per quanto quel leader fosse il candidato alla Presidenza della Commissione è sembrata una mossa discutibile dal punto di vista dell’immagine). Chi cerca di proporre un’alternativa di sinistra agli italiani deve innanzitutto smettere di invitare a ogni occasione possibile Tsipras e Iglesias. Prima di tutto perché avranno anche altro a cui pensare, poi perché non saranno loro a risollevare le sorti del nostro paese. Il titolo di questo articolo è ovviamente provocatorio: nessun partito di sinistra ha mai pensato di costringere gli italiani a votarlo. Però c’è spesso stata la tendenza nei movimenti di sinistra a considerare che le battaglie fatte in difesa di qualcosa o contro provvedimenti  giudicati iniqui (ammesso che queste battaglie siano state fatte) sarebbero bastate a convincere, prima o poi, la maggioranza degli italiani della bontà dei propri progetti. La realtà è che, oltre ad aver perso o non aver combattuto affatto molte di queste battaglie, la maggioranza dei nostri concittadini non sa neanche più se esiste una sinistra (esiste?). Perlomeno ai tempi di Berlusconi venivano in qualche modo indentificati come i ‘comunisti’ e questo era un riconoscimento a opposizione ufficiale al potere. Quando Vendola abbandonò Rifondazione ero convinto avrebbe potuto farcela, ne ero fermamente convinto. Aveva quell’obiettivo lì: una sinistra di governo, credibile e convincente. Ma anche lui ha perso il suo tempo e ora è incapace di farsi da parte nel ‘fin troppo suo’ partito. La domanda che un nuovo soggetto politico di sinistra dovrebbe porsi è: cerchiamo alleanze con partiti più grandi? E questa domanda va fatta subito, perché è dirimente anche nella stesura del programma di governo. E’ assolutamente inutile proporre agli italiani programmi che verranno stravolti dalle alleanze precedenti o successive il voto. Se la risposta alla domanda è sì, non c’è alcun bisogno di creare qualcosa di nuovo, c’è già tutto: si mette insieme una serie di soliti noti da presentare, si aggiunge qualche giovane che dia una rinfrescata e si trova un bel nome tipo ‘L’altra Italia’. Se la risposta è no, invece, quello che va fatto non lo so. Molto probabilmente chi ha fallito in questi anni deve fare un passo indietro. Non si tratta di rottamare, ma di dare una possibilità a persone cresciute con schemi mentali nuovi. Questo non significa diventare i ‘renziani di sinistra’ e rinunciare ai propri ideali. Significa modellare questi ideali in modo che possano attrarre anche persone che non hanno il problema di arrivare alla fine del mese. E’ vero che le persone in difficoltà sono una marea in questo paese ormai, e un partito di sinistra deve avere come obiettivo quelle persone, ma perché una forza di sinistra possa essere incisiva nella risoluzione dei problemi legati alle diseguaglianze c’è bisogno di tutti, anche di chi ha di più. Voglio credere che esista una maggioranza di persone in questo paese disposta a votare un partito che mette la parola ‘solidarietà’ al centro della propria agenda politica. Altrimenti si può puntare ancora una volta sulla lotta di classe, nel 2015. Ma in questo modo si resterà residuali a livello politico. Oppure si dovrà aspettare la catastrofe anche in Italia.

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Expo 2015, Liguria: soldi pubblici per uso privato?

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Della squallida soap opera “treno no-stop Genova >< Milano “per expo 2015 ce ne siamo occupati da almeno 2 anni: clicca qui per rivedere le puntate precedenti.
I protagonisti li conosciamo bene: i braccini corti rappresentati dagli imprenditori turistici liguri, singolari personaggi che intendono il mercato in maniera distorta: ovvero spesa pubblica per ingrassare i loro portafogli. Nessuno di loro si è manifestato disposto ad investire un solo euro per intercettare i milioni di turisti che visiteranno Expo 2015. Ma ognuno di loro, con lingua petulante e braccino corto, protagonisti di un immondo piagnisteo, ahinoi ripreso dai media regionali: “non ci portano gratis i turisti di EXPO”.
E perché mai una collettività dovrebbe attingere a soldi pubblici per fare ingrassare i portafogli di albergatori, ristoratori, baristi, titolari di stabilimenti balneari? Non avrebbe alcun senso e soprattutto nessuna ricaduta né economica né occupazionale per la nostra Regione.
Ma tant’è…
L’Assessore Vesco, malgrado la mole, è abilissimo a compiere piroette di 360 gradi e a smentirsi a girni alterni. Per mesi aveva ripetuto: mai un soldo pubblico per il treno no stop per l’Expo. Ora, probabilmente sollecitato da agenti esterni, ha cambiato idea e, fuori tempo massimo, con soldi pubblici sta pensando di implementare un treno no stop Genova >< Milano il sabato e la domenica.
Lo stato dei trasporti su gomma e su ferro in Liguria è al collasso, aziende di tpl decotte e mal amministrate ma controllate dalla partitocrazia e dal sindacato in una cogestione che è costata milioni di euro ai contribuenti e un servizio degno del quarto mondo, tariffe alte, qualità assente.
A fronte di questa situazione e a fronte di continui tagli ai finanziamenti regionali a treni e bus, ora improvvisamente dal bilancio regionale si vogliono attingere soldi per un treno destinato a far arricchire imprenditori privati che non conoscono né il rischio d’impresa né le regole liberali del mercato e della concorrenza, impenditori che vogliono che gli investimenti siano attuati con soldi pubblici ma che i profitti siano assolutamente privati.
In tutto il mondo dove sono vigenti regole di mercato, i treni speciali, ovvero i charter, sono pre-acquistati da operatori turistici che poi immettono sul mercato stesso pacchetti turistici comprendenti viaggio e soggiorno. In Liguria no, in Liguria si pretenderebbe che i charter ci fossero a babbo, pagati dalla spesa pubblica, ovvero da noi.
Articolo da:    http://genovamilano.blogspot.it/

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