Archivi del mese: gennaio 2015

Morti che non meritano lacrime

US -EMPIRE STATE BUILDING-CHARLIE HEBDO

Nel sedicesimo secolo in Italia settentrionale viveva un mugnaio conosciuto come Menocchio, letterato ma non membro delle élite, che professava numerose credenze non convenzionali. Credeva che l’anima morisse con il corpo, che il mondo fosse stato creato a partire da un caos e non dal nulla, e che fosse più importante amare il prossimo che amare Dio. Trovò originale giustificazione a questo suo credo in alcuni libri che aveva letto tra i quali il Decamerone, la Bibbia, il Corano e ‘I viaggi di Sir John Mandeville’. Per questo motivo Menocchio fu trascinato più volte davanti all’Inquisizione, torturato e infine, nel 1599, legato a un palo e arso vivo. Fu uno dei migliaia a soffrire tale atroce sorte.

Le società occidentali non sono, neanche oggi, il paradiso dello scetticismo e del razionalismo che credono di essere. L’Ovest è un mondo variegato, nel quale esistono sia la libertà di pensiero che quella di parola fortemente regolamentata e dove episodi di violenza mortale vengono disconosciuti nel momento stesso in cui altri avvengono. Ma quando le società occidentali si sentono sotto attacco, il discorso pubblico è improvvisamente dominato da una antistorica fantasia di serenità e forza di fronte alla provocazione. La storia Europea e quella Americana inoltre sono così tanto marcate dagli sforzi di controllare la parola che la persecuzione del pensiero ‘ribelle’ deve essere ritenuta come una delle pietre portanti di queste stesse società. Roghi di streghe, processi per eresia, e l’instancabile lavoro dell’Inquisizione diedero forma all’Europa e queste idee fecero ben presa anche in America assumendo toni ‘americani’, dalla tratta degli schiavi alla censura delle critiche all’operazione ‘Iraqi Freedom’.

Più di una dozzina di persone sono state uccise dai terroristi questa settimana. Le vittime di questi crimini sono state piante in tutto il mondo: erano esseri umani, amati dai parenti e cari ai propri amici. Mercoledì dodici di loro sono stati presi di mira da alcuni uomini armati per il fatto di lavorare per il settimanale satirico Francese ‘Charlie Hebdo’. Obiettivo del ‘Charlie’ sono spesso stati i Musulmani e sembrava come se i suoi vignettisti provassero particolare gioia nel trasgredire al divieto degli Islamici di inserire il Profeta Maometto nei loro disegni. Oltre a questo i bersagli erano spesso politici, oppure simboli del Cristianesimo o dell’Ebraismo. Il giornale una volta ha dipinto il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nell’atto di fare sesso a tre. Illustrazioni come questa sono state citate come segno evidente della volonta del Charlie Hebdo di offendere tutti. Ma negli ultimi anni il giornale si era contraddistinto soprattutto per il razzismo e le provocazioni islamofobiche, e le sue numerose vignette anti-Islam sono state fantasiosamente perverse: Arabi con nasi adunchi,  Corani crivellati da colpi di proiettili, variazioni sul tema sodomia e derisione per le vittime di massacri. Non è sempre facile vedere la differenza tra uno spiritoso dissentire dalle religioni e del semplice e banale razzismo, ma è necessario provare a capire. Neanche Voltaire, un eroe per i tanti che celebrano la libertà di parola, l’aveva capita. Leggere il suo anti-clericalismo brillante e coraggioso può dare grande piacere, ma egli fu anche un convinto antisemita e le sue critiche nei confronti degli Ebrei erano accompagnate da spiacevoli calunnie.

Gli eventi di questa settimana avvengono nel contesto della terribile storia coloniale della Francia, la sua considerevole popolazione musulmana e la soppressione, in nome del secolarismo, di alcune forme di espressione culturale islamiche, come l’hijab. I neri non hanno avuto vita più facile su Charlie Hebdo: una delle vignette del settimanale dipinge il Ministro della Giustizia Christiane Taubira, originario della Guinea, come una scimmia (naturalmente la difesa è che un’immagine molto razzista viene usata per prendersi gioco del razzismo).

Giovedì mattina, il giorno dopo il massacro, ero a Parigi. Il titolo di ‘Le Figaro’ era ‘LA LIBERTA’ ASSASSINATA’. Anche ‘Le Parisien’ e ‘L’Humanité’ usavano la parola ‘libertà’ nel titolo in prima pagina. La libertà è stata davvero sotto attacco (come scrittore rivendico il diritto a offendere e lotto perché anche gli altri scrittori abbiano tale diritto) ma cosa è stato escluso in questo quadro? Gli attacchi terroristici sono sempre accompagnati dall’autentico stupore delle autorità occidentali. Per  quale motivo hanno attaccato le nostre pacifiche società con questa violenza orribile? Perché, mentre noi siamo evoluti, loro uccidono?  Ne è stato esempio il disegno molto condiviso in rete di Lucille Clerc che raffigura una matita spezzata a metà che diventa due matite a cui è stata fatta la punta. Il messaggio era molto chiaro, come lo era quello dell’hashtag #jesuischarlie: che ciò che è in gioco non è semplicemente il diritto delle persone di disegnare ciò che vogliono ma che, sulla scia delle uccisioni, quel che disegnano deve essere celebrato e disseminato. Conformemente non solo in molti hanno condiviso e pubblicato le vignette di Charlie Hebdo, ma il giornale stesso ha ricevuto grandi somme di denaro in seguito agli attacchi: 100.000 pound dal gruppo Guardian Media e 300.000 dollari da Google.

Eppure è possibile difendere il diritto di pubblicare contenuti osceni e razzisti senza promuovere o sponsorizzare tali contenuti. E’ possibile approvare il sacrilegio senza avallare il razzismo. Ed è altresì possibile considerare l’Islamofobia immorale senza desiderare che essa diventi illegale. I momenti di dolore non ci privano della nostra complessità e non ci assolvono dalla responsabilità di fare delle distinzioni. L’Unione Americana per le Libertà Civili fece bene a difendere un gruppo di neo-nazisti che, chel 1978, voleva marciare nelle strade di Skokie nell’Illinois. I toni molto offensivi dei manifestanti, senza alcun tipo di minaccia di violenza, non potevano e non possono essere considerati illegali. Detto questo, nessuna persona sensata prenderebbe una difesa dei diritti sanciti dal Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti come una difesa del Nazismo. I vignettisti di Charlie Hebdo non erano semplici polemisti, non erano martiri del diritto all’offesa: erano ideologi. Solo perché si condannano i loro brutali assassini ciò non significa che si debba accettare la loro ideologia.

Invece che assumere che gli attacchi di Parigi siano il momento di crisi della libertà di parola, come molti commentatori hanno fatto, è necessario capire che la libertà di parola e altri tipi di libertà sono già in crisi nelle società occidentali; la crisi non è stata accelerata da questi folli criminali. Gli Stati Uniti, per esempio, hanno consolidato il proprio tradizionale monopolio dell’uso della violenza estrema e, nell’era dei big data, ha messo da parte informazioni a proposito di come tale violenza viene utilizzata. Le conseguenze per chi fa domande su questo monopolio sono dure. L’unica persona in prigione per l’abominevole programma di tortura della C.I.A. è John Kiriakou, ossia la talpa. Edward Snowden è ricercato per aver divulgato informazioni a proposito di episodi di sorveglianza di massa. Chelsea Manning sta scontando una condanna di 35 anni per il suo ruolo in WikiLeaks. Anche loro sono bestemmiatori, ma non sono stati universalmente riconosciuti, come è successo ai vignettisti di Charlie Hebdo.

Le uccisioni di Parigi sono state una terribile offesa alla vita umana e alla dignità. L’enormità di tali crimini ci lascerà in stato di shock per lungo tempo. Ma l’idea che la violenza dei Jihadisti sia l’unica minaccia alla libertà nelle società occidentali ci fa ignorare altri pericoli, spesso più immediati e intimi. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia hanno approcci diversi all’arte del governo, ma sono alleati in una certa visione del mondo, e una delle cose che li accomuna è l’aspettativa di un giusto rispetto per la religione laica occidentale.  Le eresie contro il potere dello Stato sono controllate e punite. In Gran Bretagna molta gente è stata arrestata per aver fatto commenti contro la polizia o i militari sui social network. Negli Stati Uniti la sorveglianza di massa ha avuto un effetto spaventoso sul giornalismo e sull’esercizio della legge. Nel frattempo, le forze armate e le agenzie di intelligence di questi paesi richiedono, e in generale ricevono, in fermo sostegno dei propri cittadini. Quando vengono scoperti episodi di tortura o crimini di guerra, indipendentemente da quanto siano illegali o indecenti, c’è pochissima speranza che sia data una spiegazione convincente o che i responsabili finiscano sotto procedimento.

La portata, l’intensità e il modo in cui sta arrivando solidarietà da tutto il mondo per le vittime della strage di Parigi, fenomeno ovviamente positivo, indicano come sia facile nelle società occidentali indicare il radicalismo Islamico come il vero e unico nemico. L’unanimità nel piangere questi morti ci porta spesso a prestare pochissima attenzione ad altri esempi di carneficine in corso nel mondo: rapimenti e uccisioni in Messico, centinaia di bambini (e più di una dozzina di giornalisti) uccisi a Gaza da Israele l’anno scorso, massacri spaventosi nella Repubblica Centrafricana e così via. E anche quando condanniamo giustamente criminali che sostengono di agire in nome dell’Islam, pochissimo del nostro dolore va alle numerose vittime musulmane dei loro attacchi, che tali eventi accadano in Yemen o in Nigeria (in entrambi i paesi sono avvenuti massacri questa settimana) o in Arabia Saudita dove, tra le numerose violazioni dei diritti umani, la punizione per i giornalisti che ‘insultano l’Islam’ è la fustigazione. Può darsi non ci sia materialmente possibile occuparci di ogni oltraggio perpetrato in ogni angolo del mondo, ma dovremmo almeno fermarci a considerare come avviene che l’opinione prevalente decida in fretta e furia che alcune morti violente sono più significative di altre, e più degne di essere commemorate.

La Francia oggi è triste, e lo sarà per molte settimane. Noi partecipiamo al dolore della Francia. E’ giusto che sia così. Ma è anche vero che la violenza della ‘nostra’ parte continua senza sosta. Tra un mese a quest’ora, con tutta probabilità, molti più ‘giovani uomini in età da militare’ e molti altri, anche non maschi o giovani, saranno stati uccisi negli attacchi di droni statunitensi in Pakistan o da qualche altra parte. Se ci basiamo sui passati attacchi molte di queste persone saranno innocenti. Le loro morti verranno considerate naturali e incontrovertibili come quelle di Menocchio e altri sotto l’Inquisizione. Noi scrittori e giornalisti non considereremo le nostre matite rotte a causa di quelle uccisioni. Ma quella incontrovertibilità, quel considerare tali morti non degne di un lutto, quello, allo stesso modo dei massacri di Parigi, è il chiaro e reale pericolo per la nostra libertà collettiva.

Traduzione da newyorker.com

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‘Vomito su quelli che improvvisamente dicono di essere nostri amici’

Global Reaction To The Terrorist Attack On French Newspaper Charlie Hebdo

Dopo l’attacco terroristico alla sede di Charlie Hebdo le dichiarazioni dei politici si sono moltiplicate. Willem, disegnatore del giornale satirico, ha dichiarato sulla stampa olandese di voler ‘vomitare su quelli che improvvisamente dicono di esserci amici’. ‘Abbiamo tantissimi nuovi amici, come il papa, la Regina Elisabetta o Poutine (Putin): tutto ciò mi fa molto ridere’,  ha scherzato in un’intervista al quotidiano olandese di centro-sinistra Volkskrant. ‘Marine Le Pen è entusiasta quando gli islamici si mettono a sparare ovunque’. La presidente del Fronte Nazionale in effetti sta tentando di utilizzare questa tragedia a fini politici. A proposito della solidarietà mondiale a Charlie Hebdo, Willem prosegue ironico: ‘non hanno mai letto Charlie Hebdo’. ‘ Qualche anno fa migliaia di persone sono scese in piazza in Pakistan per manifestare contro Charlie Hebdo. Non sapevano neanche che esistesse allora’, ha assicurato. ‘Ora succede il contrario, ma se la gente manifesta per difendere la libertà di parola naturalmente è un segno positivo’, ha concluso.

‘Non vado mai alle riunioni di redazione perché non mi piacciono’ ha detto a Liberation, altro giornale su cui disegna. ‘Forse questo mi ha salvato la vita’. In effetti l’attacco terroristico ha avuto luogo durante l’incontro dei redattori. Mentre si svolgeva, Mercoledì mattina,  Willem si trovava sul treno tra Lorient e Parigi. Fa dunque parte dei ‘sopravvissuti’ che disegneranno sul prossimo numero di Charlie Hebdo. Ha in ogni caso insistito sull’importanza di continuare a pubblicare Charlie Hebdo e fare vignette: ‘Altrimenti hanno vinto’.

Traduzione da lexpress.fr

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