Archivi del mese: novembre 2014

Piketty e la solitudine dell’1%

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Chiunque sia entrato negli ultimi due mesi in libreria lo avrà notato. Lo avrà notato soprattutto perché è impossibile non vederlo, con le sue 928 pagine e i suoi 6 centimetri di spessore. Sto parlando de ‘Il capitale nel XXI secolo’ dell’economista francese Thomas Piketty.  Il suddetto libro oltre a essere stato notato è anche stato comprato da migliaia di italiani, trovandosi ancora attualmente nelle prime posizioni delle classifiche di vendita. Che un libro di economia tanto voluminoso e impegnativo abbia venduto molto anche in Italia (oltre che nel resto d’Europa) è sicuramente una buona notizia per un paese perennemente agli ultimi posti per abitudine alla lettura dei propri abitanti. Il libro consiste in buona parte in una colossale opera di analisi del capitale e del rapporto di quest’ultimo con il reddito dal XIX secolo ad oggi e in un tentativo di offrire soluzioni concrete per ridurre le diseguaglianze nel mondo occidentale. L’economista francese, che ultimamente è stato ospite di università e talk show nel nostro paese, parte analizzando il fenomeno della crescita economica, che ormai in Europa sembra essere un miraggio. A suo modo di vedere anche una crescita contenuta del 2% sarebbe un risultato significativo e consentirebbe di ridurre il peso dei capitali. Al contrario una crescita pari a zero, coincidente con una stagnazione della popolazione, consente al capitale e all’eredità di acquisire un’importanza sempre più rilevante nella società. Effettivamente si nota come negli ultimi 20 anni l’eredità sia sempre più vista come qualcosa su cui puntare per fare progetti e investire, quando fino agli anni ’70 tutto ciò su cui si poteva puntare era l’accumulazione di denaro attraverso il proprio lavoro. La conclusione a cui arriva Piketty nella prima parte del libro è che  la crescita del rapporto tra capitale/reddito, ad oggi in Europa pari al 600% circa (il valore totale del capitale equivale a sei anni di reddito nazionale), sia determinata soprattutto da una crescita economica e demografica molto bassa, di troppo inferiore alla percentuale del rendimento da capitale. In questo modo il capitale crescerà sempre più velocemente di quanto crescano le economie nazionali e le disuguaglianze aumenteranno. Ed è proprio su tali disuguaglianze che si concentra l’economista nella seconda parte del suo libro, sia quelle da capitale, sia quelle dei redditi. Si nota come la società americana sia quella in cui, più di tutte, la concentrazione dei redditi e dei capitali nelle mani dell’1% della popolazione si fa più marcata e alla lunga poco sostenibile. Il mondo occidentale sta ormai tornando a livelli di disuguaglianza precedenti le due guerre mondiali, quando però i sistemi di governo erano spesso basati sullo sfruttamento delle masse e c’era una sorta di imposizione di tali differenze nella distribuzione della ricchezza. E’ importante rendersi conto infatti di come siano state le due guerre mondiali a ridurre in maniera drastica la concentrazione di capitale e reddito nelle mani di pochi, e non politiche consapevoli portate avanti dai governi. Dagli anni ’80 in poi l’1% in Europa, ma soprattutto negli Stati Uniti ha ricominciato a detenere quote notevolissime di capitale (25% in Europa, 35% negli Stati Uniti nel 2010) e di redditi (10% in Europa, 20% negli Stati Uniti nel 2010). Soprattutto negli Stati Uniti le disuguaglianze dei redditi vengono vendute (spesso da chi risiede nella fascia di cittadini più fortunati) come una grande conquista del capitalismo e di una società meritocratica da cui tutta l’economia e tutta la popolazione non possono che trarre giovamento. Citando lo stesso Piketty «in democrazia, l’uguaglianza dichiarata dei diritti del cittadino contrasta con la disuguaglianza effettiva delle condizioni di vita reali. E per uscire da questa contraddizione è indispensabile far sì che le diseguaglianze sociali scaturiscano da principi razionali e universali, e non da contingenze arbitrarie. Le diseguaglianze devono insomma apparire giuste e utili a tutti, a parole e nei fatti. ». In realtà, infatti, certi stipendi di ‘superdirigenti sono ormai completamente sganciati da logiche di mercato e tantomeno di merito, in quanto spesso, sono gli stessi dirigenti a ‘calcolarsi’ lo stipendio. Una situazione che, se non vi si porrà rimedio nei prossimi decenni, potrebbe anche provocare serie rivolte del 40% meno abbiente ma soprattutto del 50% della popolazione che anche dopo la seconda guerra mondiale è rimasto escluso dal fenomeno di redistribuzione delle ricchezze che ha riguardato solo la neonata classe media (il 40%). La soluzione migliore ai problemi posti, secondo Piketty, è un’imposta mondiale sul capitale. Per quanto la soluzione proposta possa non suonare piacevolissima è l’aggettivo ‘mondiale’ a renderla forse convincente. La tendenza delle economie nazionali negli ultimi 20 anni è quella di cercare di rendere il proprio paese attraente dal punto di vista fiscale per attrarre capitale in fuga da altri paesi con uno stato sociale più pesante e debiti pubblici da ripagare. Una tassa sui capitali più alti concordata a livello mondiale o quantomeno europeo risolverebbe molti di questi problemi. Ed è proprio qui che si concentrano le critiche all’Unione Europea, troppo rigorosa negli scorsi decenni nel mantenere l’inflazione bassa, poco impegnata a concentrare risorse su crescita e occupazione, e incapace di coordinarsi a livello fiscale per un percorso comune. Un’imposta proporzionale sul capitale consentirebbe anche agli stati con un alto debito pubblico di ridurlo sensibilmente senza dover ricorrere all’inflazione, di cui la Germania ha una gran paura fin dai tempi dell’iperinflazione e la svalutazione del marco verificatesi negli anni ’20 dello scorso secolo. La cosa che si apprezza di questo libro è che è un’analisi molto lucida di dinamiche drammatiche come quella della disuguaglianza di redditi e capitali in cui l’autore non si lascia andare troppo a valutazioni politiche e commenti ma basa tutto sui numeri e le statistiche, pur dando comunque un giudizio complessivamente negativo dell’eccessiva concentrazione della ricchezza. Un libro che tutti dovrebbero leggere che può aiutare a farsi un’idea su come certe dinamiche di lungo corso non possano purtroppo essere interrotte da una legge di stabilità piuttosto che dall’introduzione di tasse nazionali ma da politiche europee di rottura netta con il passato.

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Il nuovo muro di Berlino

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Domenica 9 Novembre la Germania e l’Europa festeggieranno il venticinquesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Mancheranno però le sette croci installate nel 2003 per ricordare gli abitanti di Berlino Est caduti nel tentativo di raggiungere la parte occidentale della città. Lunedì scorso infatti la polizia ha comunicato che le sette lapidi sono state rubate dalla sponda Sud della Sprea, il fiume che taglia la capitale tedesca. A rivendicare l’azione dimostrativa è stato un gruppo di attivisti facenti parte del ‘Centro per la bellezza politica’. Il portavoce dell’associazione Philipp Ruch ha comunicato che le sette croci sono state spostate ai confini dell’Unione Europea, il nuovo ‘muro’ che provoca ogni anno migliaia di vittime soprattutto nel Mar Mediterraneo. Una di esse è stata ritrovata in Bulgaria (foto sopra).  Che l’azione dimostrativa piaccia o meno mette sicuramente in luce il problema dell’immigrazione in un paese il cui popolo troppo spesso viene descritto dai media italiani come impermeabile a qualsiasi discorso di etica e sensibilità e deciso semplicemente a imporre il rigore dei conti agli stati del sud Europa. L’anniversario della caduta del muro di Berlino sarà sicuramente occasione per ascoltare discorsi retorici pomposi e commemorativi di un momento che, anche in parte giustificatamente, viene considerato fondamentale per la storia europea. Troppo spesso però tale data viene considerata come la data in cui il nostro continente si liberò per sempre di tensioni, guerre e sopraffazioni. Tutta questa retorica va cancellata, ed è importante che segnali in controtendenza vengano proprio dalla Germania.

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