Archivi del mese: settembre 2014

Il discorso di Leonardo Di Caprio all’Onu.

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Grazie Signor Segretario Generale,

Vostre eccellenze, signori e signore e illustri ospiti. Sono onorato di essere qui oggi. Sono qui dinnanzi a voi non in quanto esperto ma come cittadino preoccupato, uno dei 400 mila che Domenica scorsa hanno marciato per le vie di New York, e uno tra i milioni nel mondo che vogliono risolvere la crisi del clima.

In quanto attore fingo per vivere. Mi diverto ad interpretare personaggi fittizi, spesso risolvo problemi fittizi. Credo che l’umanità abbia spesso trattato i cambiamenti climatici nello stesso modo: come se fosse una finzione. Come se non si trattasse del nostro pianeta. Come se fingendo che i cambiamenti climatici non fossero reali tali cambiamenti si sarebbero in qualche modo stoppati.

Ma sappiamo bene com’è la situazione realmente. Ogni settimana vediamo nuovi e innegabili fenomeni legati ai cambiamenti climatici. Sappiamo che fenomeni di siccità si intensificano, che i nostri oceani si stanno riscaldando troppo e inacidendo, con colonne di metano che salgono da sotto il fondo dell’oceano. Stiamo assistendo ad eventi meteorologici estremi, temperature elevate, le calotte dell’Antartide e della Groenlandia si sciolgono a un ritmo incredibilmente veloce, con decenni di anticipo rispetto alle previsioni scientifiche.

Niente di tutto ciò è retorica, nulla è isteria. Sono fatti. La comunità scientifica lo sa, l’industria e il governo lo sanno, perfino le forze armate statunitensi lo sanno. Il comandante della marina degli Stati Uniti nel Pacifico recentemente ha affermato che il cambiamento climatico è la nostra unica grande minaccia per la sicurezza.

Amici miei, questo organismo, forse più di ogni altra organizzazione nella storia umana, ha ora un compito molto difficile. Potete fare la storia oppure sarà la storia stessa a sopraffare voi.

Per essere chiaro, non si tratta semplicemente di dire alla gente di cambiare le lampadine o di comprare macchine ibride. Questo disastro è cresciuto oltre le scelte che ogni persona può fare. Si tratta di parlare delle nostre industrie, e si tratta di impegnare i governi di tutto il mondo su azioni di larga scala.

Non sono uno scienziato, ma non ho bisogno di esserlo per capire che la comunità scientifica mondiale ha parlato e ci ha dato la prognosi: se non agiamo tutti insieme non ce la faremo. Ora è il momento di mettersi al lavoro.

C’è bisogno di far pagare di più le emissioni di carbonio e di eliminare i sussidi governativi per industrie che usano carbone, gas e petrolio. Dobbiamo porre fine alla corsa incontrollata di chi ha inquinato per anni nel nome del libero mercato. Non meritano i soldi delle nostre tasse, meritano il nostro controllo ferreo. Perché la stessa economia morirà se il nostro ecosistema dovesse arrivare al collasso.

La buona notizia è che l’energia rinnovabile non è solo facilmente ottenibile ma ha anche ottimi effetti sull’economia: le ultime ricerche hanno dimostrato che nel 2050 l’energia pulita e rinnovabile sarebbe in grado di soddisfare completamente la richiesta di energia della terra. Il tutto usando tecnologie che già esistono, creando inoltre milioni di posti di lavoro.

Questo non deve essere un dibattito tra diverse parti, ma una discussione da affrontare in quanto esseri umani. Un’acqua e un’aria pulite e un clima vivibile sono diritti umani inalienabili. E risolvere i problemi legati all’ambiente non è una questione di politica, è un obbligo morale.

Abbiamo solo questo pianeta. L’umanità deve essere chiamata a uno sforzo di responsabilità per salvare la nostra casa da una assurda distruzione. Il nostro futuro su questo pianeta dipende dalla consapevolezza che la nostra specie avrà del problema.

In questo momento urge agire, è questo il tema più importante.

Onorevoli delegati, leader del mondo intero: io, per vivere, fingo. Ma voi no. La gente ha fatto sentire la propria voce domenica per le strade di tutto il mondo e questo slancio non si fermerà. Ora è il vostro turno, il momento di rispondere alla più grande sfida della nostra esistenza su questo pianeta è arrivato.

Vi prego di affrontarla con coraggio e onestà.

Grazie.

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Incertezza sul futuro degli Intercity

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C’è ancora incertezza sul nuovo contratto di servizio ‘2015-2020’ che dovrà essere stipulato tra il Ministero dei Trasporti e Trenitalia riguardante il trasporto universale a media e lunga distanza (Intercity e Intercity notturni). La scadenza del 31 Dicembre si avvicina e le possibilità di affidare il servizio tramite gara di appalto sono ormai tramontate. Dunque verrà molto probabilmente assegnato in house a Trenitalia come nei sei anni precedenti, ma quello che le associazioni dei consumatori e numerosi amministratori locali chiedono è di avere notizie certe sulla qualità del servizio Intercity per i prossimi anni. Secondo alcune indiscrezioni ci sarà una riduzione del finanziamento pubblico per gli Intercity, e questo ha già provocato una certa apprensione in chi tutti i giorni si sposta per lavoro o studio. In Italia, come in molti paesi il trasporto ferroviario è diviso in tre diverse offerte: il servizio regionale (Regionali/Regionali Veloci), finanziato dalle Regioni in percentuali diverse a seconda dei contratti stipulati dalle singole amministrazioni, il servizio a media-lunga percorrenza (Intercity e Intercity notturni), finanziato dallo Stato e i treni ad alta velocità, a libero mercato e non finanziati da nessun ente pubblico (Frecciabianca, Frecciarossa, Frecciargento per Trenitalia, Italo per NTV). Quello che è accaduto in questi anni è che, mentre la qualità del servizio sull’alta velocità saliva, quella offerta per i treni locali, utilizzati da circa 3 milioni e mezzo di persone al giorno, scendeva in modo visibile. Soprattutto per quanto riguarda i Regionali, tanto che in molte regioni si è consentito, con la creazione della carta ‘Tuttotreno’, l’accesso agli Intercity anche agli abbonati per i Regionali. Quello che ci si aspetta, purtroppo, è una riduzione del servizio dal 2015 in poi e i primi a doverne pagare le conseguenze potrebbero essere gli Intercity Notturni, i più in perdita.

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Dal nuovo piano industriale presentato in primavera da FSI sembra risultare che Trenitalia voglia continuare a gestire il servizio Intercity, anche se sono poco chiare le modalità: è da specificare innanzitutto da cosa si otterrebbe una riduzione dei costi del 12% e come si otterrà l’aumento di produttività prospettato. Un’anomalia è rappresentata da 12 Intercity che non sono inseriti nel contratto con lo Stato e quindi, essendo a libero mercato, rischiano di sparire (alcuni sono già stati soppressi). Le associazioni dei consumatori chiedono a gran voce che anche questi treni vengano inseriti nel nuovo contratto di servizio e che gli aumenti, che ormai sono decisi e che già ci sono stati a Settembre, nei prossimi 6 anni non siano superiori al 10% rispetto alle attuali tariffe, anche visto la riduzione del potere di acquisto e lo stato di deflazione in cui si trova il paese.

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Aumenti di capitale

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Questo era il cartellone pubblicitario che campeggiava sui muri di Genova qualche mese fa e che sottintendeva un aumento di capitale di Banca Carige da 800 milioni di euro. Gli aumenti di capitale, frequentissimi tra le banche negli ultimi 5 o 6 anni (basti pensare ai tre aumenti di capitale di Unicredit nel triennio 2008-2011), sono spesso pubblicizzati molto bene, con visioni ottimistiche sul futuro azionario della società e promesse di ricchi dividendi. La ricapitalizzazione di Carige pare essere andata bene, in quanto l’aumento è stato sottoscritto dai soci al 99.9%, e il resto è stato collocato sul mercato a Luglio. Questo vuol dire che il piano industriale 2014-2018 della società ha convinto la maggior parte dei soci a  investire di nuovo nella società. Rimane comunque il fatto che un aumento di capitale non è quasi mai un gran segno di salute di una società. Innanzitutto non è un avvenimento gradito dal mercato, in quanto si tratta essenzialmente di un ultimo passo che la società può compiere per reperire liquidità utile a rilanciarsi in un periodo di crisi: infatti, collegato all’aumento di capitale, è il tema della ‘crisi di liquidità’, espressione che aiuta a comprendere meglio il fenomeno nel complesso. Se un’impresa è in un momento in cui necessità di liquidità ha diverse strade davanti a sé: per prima cosa può chiedere un finanziamento alle banche, che però sappiamo bene non attraversano un periodo felice e come abbiamo visto sono spesso impegnate soprattutto a ricapitalizzarsi esse stesse; può provare a collocare obbligazioni, trovando però molte difficoltà anche per la concorrenza con i titoli di stato, che in questo periodo rendono molto. Uno degli ultimi passi è quindi quello di chiedere ai soci uno sforzo ulteriore per tenere la società in vita. Ovviamente non sempre l’aumento di capitale significa automaticamente che la società è in grave difficoltà: a volte un’azienda effettua questa operazione perché vede opportunità di sviluppo che richiedono un capitale maggiore. Ma più di frequente i soldi chiesti agli azionisti servono semplicemente a ripianare debiti contratti. Da qui ne segue che un annuncio di una ricapitalizzazione da parte di una società richiede da parte degli azionisti un’analisi molto attenta. Un esempio di un aumento di capitale che ha suscitato grossi dubbi negli osservatori è quello effettuato da FonSai poco prima che la stessa venisse acquistata da Unipol: le azioni sono aumentate in maniera spropositata, e il loro valore è sceso in pochissimi giorni, così che chi non ha venduto in tempo o non ha sottoscritto la ricapitalizzazione ha perso praticamente tutto. Molto probabilmente questo fenomeno è legato alla gestione scellerata della società da parte dei Ligresti, accusati dai giudici di falso in bilancio e manipolazione del mercato. In ogni caso questo dimostra una volta di più che la ricapitalizzazione è un passaggio molto delicato per una società da seguire attentamente, ponendosi principalmente la domanda ‘perché viene fatto questo aumento di capitale?’.

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La Scozia tra speranze e dubbi

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A poco più di una decina di giorni dal Referendum sull’indipendenza della Scozia alcuni sondaggi danno per la prima volta la percentuale dei sì all’abbandono del Regno Unito in vantaggio seppur di poco. Che queste rilevazioni siano credibili o no il governo Cameron inizia a temere il peggio. Nelle ultime settimane si sono susseguiti annunci di esponenti del governo e dell’opposizione laburista con cui si prometteva una maggiore autonomia della Scozia, ed è cresciuto il timore che il sorpasso del sì sul no possa davvero verificarsi. La marcia della Scozia verso un’indipendenza dall’egemonia inglese (che dura ormai da più di 300 anni) ha avuto un’accelerazione negli ultimi 20 anni sotto la spinta del Partito Nazionale Scozzese: già nel 1997 l’SNP ottenne un referendum, allora appoggiato anche dai laburisti e dai libdem, per la costituzione di un Parlamento scozzese sovrano in grado di legiferare in modo autonomo su alcuni campi. Negli anni il consenso del partito è andato tendenzialmente crescendo e quello dei laburisti, timidi nel rapporto con i governi inglesi, si è andato lentamente erodendo. Fino al 2007, quando, guidato da Alex Salmond, l’SNP ha ottenuto la maggioranza dei voti, maggioranza riconfermata poi nel 2011. Forte di questo consenso, Salmond ottenne da Cameron la possibilità di indire la consultazione elettorale che gli indipendentisti aspettano da sempre: il Referendum sull’indipendenza della Scozia. La campagna del no, guidata dall’ex ministro delle finanze inglese Alistair Darling, si è basata forse troppo sulla figura ambigua e a tratti discutibile di Alex Salmond, e meno sugli aspetti per cui sarebbe più conveniente per la Scozia restare unita all’Inghilterra. Di certo c’è che su alcuni aspetti gli indipendentisti hanno fatto parecchia confusione e non hanno dato l’impressione di avere le idee chiare: Salmond in un’intervista parlò dell’ingresso della Scozia nell’Unione Europea come ‘automatico’ in caso di indipendenza e sostenne che si sarebbe dovuto comunque mantenere la sterlina. Sulla moneta ancora oggi non c’è molta chiarezza. Dubbi sul futuro a parte le sfide che una Scozia indipendente avrebbe dinnanzi sono molte, ma anche l’Inghilterra troverebbe non poche difficoltà con la vittoria del ‘sì’. E’ sintomatico il fatto che praticamente tutti i partiti principali inglesi siano contro l’indipendenza. Partito laburista compreso, che senza la Scozia perderebbe i molti voti provenienti da un paese storicamente più di sinistra. Uno dei motivi possibili per l’ostracismo che la campagna per il ‘sì’ ha incontrato anche in mezza Europa è che un popolo che ritrova la propria sovranità dopo tre secoli potrebbe indurre altre ‘minoranze’ europee a tentare la strada dell’indipendenza. Anche per questo il cammino della Scozia verso l’UE non sarebbe semplice. Arrivando da una storia di sottomissione all’Inghilterra era quasi logico che, conveniente o no che sia, si sarebbe prima o poi giunti questo punto, e non è escluso che in futuro non si riaccenda la questione irlandese. Comunque vada il Referendum, e manca ormai poco, la questione dei nazionalismi è qualcosa che riguarda tutto il vecchio continente, ed è una sfida che potrebbe mettere in seria difficoltà governi nazionali e Unione Europea.

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