Archivi del mese: luglio 2014

Ennesima minaccia per il Parco Sud di Milano?

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Ci sono realtà in Italia che colpiscono per come sono riuscite a svilupparsi e a mantenere i propri aspetti peculiari anche in un contesto di urbanizzazione estrema. Milano è una città splendida, famosa nel mondo per la moda e design e può essere presa a modello da tante città europee per molti aspetti. Ma tra gli anni 50 e 60, complice la crescita economica e l’immigrazione massiccia dal Sud, ha inesorabilmente conquistato spazi sempre più ampi della provincia, mangiandosi campi semi abbandonati e insediamenti composti da poche cascine per fare spazio a case popolari per i nuovi milanesi. In tutto questo incedere del nuovo culto del mattone una realtà, una di quelle che appunto colpiscono, si conquista il suo spazio vitale: nel 1990, dopo decenni di spinte ambientaliste sulla Regione, nasce ufficialmente il ‘Parco Agricolo Sud Milano’. 47.000 Ettari di terreno non edificabile e di Ambito Agricolo Strategico, il livello più alto livello di protezione urbanistica, il parco è un insieme di campi coltivati, boschi e oasi naturalistiche che si estende da ovest a sud lungo la cintura di Milano (61 comuni interessati), ed è diventato un grande polmone verde del metropoli lombarda, in grado di decongestionare una città sempre più cementificata. Un parco del genere, soprattutto per la particolare posizione in cui si trova, non può che reggersi su equilibri molto fragili: gli interessi di coloro che lo considerano semplicemente come un’area non ancora costruita sono molto forti e ogni giorno costituiscono una minaccia per l’area. L’ultima è rappresentata da un progetto che ha presentato Terna, società che ha in gestione la trasmissione di energia elettrica in Italia. Si tratta di due interventi, denominati rispettivamente ‘Razionalizzazione rete Alta Tensione nella Val Formazza’ e ‘Interconnector Italia- Svizzera’ e che hanno come obiettivo un miglioramento dell’interconnessione elettrica tra la Svizzera e Milano: prevedono smantellamenti di elettrodotti già esistenti tra Milano e la Svizzera e la costruzione di una enorme stazione di conversione a Settimo Milanese, in pieno territorio del Parco Sud. Nonostante ci siano a poche centinaia di metri aree industriali quasi totalmente dismesse, si è scelto di posizionare questa infrastruttura (circa 115 mila mq di estensione) nei terreni di proprietà di un agricoltore di Settimo, probabilmente anche per la maggior facilità che si trova nell’effettuare espropri di terreni agricoli rispetto a riqualificare aree già occupate da edifici. Il tutto è partito con poco clamore e senza contattare preventivamente le aziende agricole coinvolte che lo hanno saputo dal comune quindici giorni fa: negli stessi giorni si è venuto a sapere che al Ministero dell’Ambiente è partita la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale(V.I.A.) già il 4 giugno scorso e le osservazioni al progetto possono essere presentate entro il 3 Agosto. E’ pochissimo dunque il tempo che gli interessati (comuni, associazioni agricoltori, comitati di cittadini, Facoltà di Agraria della Statale) hanno per redarre osservazioni al piano di Terna,  piano composto da più di mille documenti tra relazioni e carte. In prima fila c’è il Comune di Settimo, territorio che subirebbe i maggiori danni dalle infrastrutture proposte, che ha già posto le sue obiezioni sul giornale ‘Il Comune’: innanzitutto sono stati mossi rilievi per quanto riguarda le procedure che, a dire dell’amministrazione comunale, non avrebbero chiamato in causa gli amministratori locali coinvolti nel progetto; inoltre nel comunicato pubblicato da Terna su ‘La Stampa’ e ‘La Repubblica’ il 4 Giugno, in cui si illustravano le principali caratteristiche dell’opera e gli impatti previsti, non sarebbe stato dato sufficiente spazio alle conseguenze delle infrastrutture sul Parco Sud e sul comune di Settimo. Pochi giorni dopo si è svolto in comune un incontro tecnico tra la Terna e gli amministratori locali in cui questi hanno mosso le stesse obiezioni, ovviamente più dettagliate e corredate di numeri. In un documento uscito al termine dell’incontro si parla di ‘clima generale di collaborazione’ e di una società Terna che si impegnerà a ‘valutare la fattibilità di possibili soluzioni alternative’. Per ora sono solo parole. Certa rimane solo la scadenza per la presentazioni di osservazioni al VIA del 3 Agosto ed è chiaro che se si deciderà di andare avanti nelle opere senza modifiche sarà un duro colpo non solo al Parco Sud, già provato da altre infrastrutture previste per Expo, ma più in generale al concetto di Parco e di Area Agricola Strategica.

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La vita intorno ai binari

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(foto magazziniraccordati.it)

Nel 2011 fa assistetti a un concerto dei Noah And The Whale al Tunnel, in Via Sammartini a Milano. Era una serata di fine Settembre dal clima già pienamente autunnale e la città era tornata ai soliti ritmi. La band inglese sul palco fu molto convincente, un po’ meno l’acustica all’interno del piccolo locale. Alle 23 uscimmo e ci trovammo di fronte un quartiere all’apparenza morto, ma con un fascino inspiegabile: spesso luoghi che non hanno alcuna attrattiva all’apparenza o addirittura presentano caratteristiche che li rendono sgradevoli ai più mi attirano. L’impressione era quella che, in ogni caso, il Tunnel fosse un’oasi in un deserto praticamente abbandonato. Qualche anno dopo scoprii quasi per caso la storia di un quartiere che ha subito realmente un processo di abbandono pianificato, o quantomeno incoraggiato, dalle decisioni assunte dalle autorità. Prima degli anni ’30, quando si stava preparando la nuova Stazione Centrale, vennero costruiti più di 100 magazzini lungo il ‘rilevato ferroviario’ sopraelevato che porta i binari in stazione. Vennero denominati ‘magazzini raccordati’ in quanto collegati da binari interni l’imponente rilevato. All’interno dei magazzini nacquero fiorenti attività economiche, agevolate dal fatto che i treni potevano scaricare direttamente le merci. Lo racconta Franco Sala, che insieme ad altri cittadini ha allestito una mostra sulla storia dei magazzini: ‘Qui le merci in arrivo venivano depositate per poi essere vendute: il treno scendeva e scaricava direttamente nei sotterranei’. Già, venivano. Perché a partire dagli anni ’70 gradualmente e dal 2000 in poi in forma più evidente, si è assistito a un graduale abbandono delle attività economiche all’interno dei magazzini, e a una ricaduta di questo abbandono sull’intero quartiere, che ha subito una deriva notevole. Da ormai due anni il gruppo di cittadini di cui sopra, riunito nel gruppo FAS (Ferrante-Aporti-Sammartini, ovvero i nomi delle vie parallele ai magazzini) organizzano la giornata ‘C’è vita intorno ai binari’. Quest’anno sono riuscito a farci un passo: concerti, mostre, dibattiti sui progetti possibili per la riqualificazione della zona: in sostanza, partecipazione e voglia di non lasciare che un quartiere ricco di storia muoia. Un quartiere che mi è apparso molto diverso da come lo vidi in quell’ormai lontano 2011, quando i cittadini iniziavano a mettersi in gioco per riprendersi il quartiere. Le due vie Ferrante Aporti e Sammartini, che sembravano lontanissime, divise da quel rilevato che ancora oggi resta un ostacolo per chi voglia frequentemente passare da una parte all’altra del quartiere, si sono unite nella speranza di un futuro per l’intera zona. Altre città d’Europa hanno risolto splendidamente lo stesso problema: a Parigi il Viaduc Des Arts accoglie una serie di laboratori e spazi per attività artigianali, a Vienna sotto la metro, nel quartiere Gurtel, sono sorti locali notturni che hanno rianimato una zona a rischio abbandono. Cercando di fare pressione su chi ha competenze (a partire da Grandi Stazioni, proprietaria degli immobili) aspettiamo che Milano colga l’occasione che le si presenta.

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Il giardino di cemento

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(Milano, Parco Sud)

In tempi di crisi economica sembra che la difesa dell’ambiente sia diventata ancora più marginale di quanto fosse qualche anno fa. Che diventi dibattito pubblico è un’utopia, non è mai stato argomento in grado di far raccogliere consensi in Italia e probabilmente mai lo sarà, ma si spera almeno che ogni tanto arrivi qualche provvedimento che possa consentire di limitare il consumo sfrenato di suolo. Difendere in modo determinato il patrimonio naturale significa ovviamente preservare un bene prezioso dal punto di vista artistico ma anche economico. Ci consentirebbe, inoltre, di iniziare una vera opera di prevenzione delle ‘catastrofi naturali’ che ormai da sempre caratterizzano la storia di questo paese, e di alcune aree in particolare. Per consumo del suolo si intende principalmente la cementificazione del territorio, la copertura del suolo con materiale artificiale o, in definitiva, la perdita parziale o totale del delle funzionalità del suolo stesso: ricoprendo il territorio di cemento si accresce il rischio di esondazioni e smottamenti, si aumenta il riscaldamento globale (il suolo assorbe CO2), si minaccia la biodiversità e il paesaggio viene modificato e distrutto in maniera quasi definitiva(la rigenerazione del suolo è un procedimento molto complesso). Nel 2011 la Commissione Europea aveva deciso di dare ai paesi dell’Unione un obiettivo molto ambizioso per cercare di ridurre questo fenomeno: raggiungere, entro il 2050, l’obiettivo dello 0% di incremento dell’occupazione netta di suolo. Un anno dopo la Commissione ha anche deciso di pubblicare delle linee guida per il raggiungimento di questo traguardo:

‘l’approccio proposto è quello di privilegiare politiche e azioni finalizzate, nell’ordine, a limitare, mitigare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo, da definire dettagliatamente negli Stati membri e da attuare a livello nazionale, regionale e locale.

Il mezzo proposto era dunque la riduzione dell’impatto del cemento nelle città, nelle pianure e sulle coste con soluzioni da ‘definire dettagliatamente negli Stati membri’. Come sempre alcuni stati europei sono stati più lungimiranti di noi e già una decina di anni prima del 2012 iniziavano a porsi il problema: in Germania, nel 2000, quasi 130 ettari di terreno venivano persi ogni giorno per lasciare spazio all’avanzata del cemento. Qualche anno prima però, sotto la spinta dell’allora Ministro per l’Ambiente Angela Merkel, era per la prima volta stato fissato un obiettivo di riduzione dell’occupazione di suolo a fini urbani, cercando di disgiungere lo sviluppo economico dalla cementificazione del territorio. La meta era la riduzione del dato di 130 ettari al giorno di aumento a 30 entro il 2020. Questa tabella mostra che l’obiettivo è raggiungibile:

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(Francesco Siviglia)

Com’è la situazione in Italia al momento?  Il rapporto ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ci offre un quadro abbastanza netto e desolante: ogni giorno perdiamo circa 70 ettari di terreno, con una percentuale di suolo consumato annuo del 7,3% (dati aggiornati al 2012). La maglia nera va al Nord-Ovest con un 8,4 all’anno. Il trend non sembra subire alcuna variazione significativa nell’ultimo decennio e l’alibi dell’aumento demografico, accettabile forse negli anni ’50, ora non regge più: se nel periodo tra il 1950 e il 1959 si perdevano 178 metri quadrati per ogni italiano nel 2012 il dato arriva a quasi 370. Tra le aree del paese maggiormente interessate dal fenomeno di cementificazione troviamo, come era prevedibile , le coste. Sempre dal rapporto ISPRA  emerge come, prendendo in considerazione la fascia di territorio distante 10 km dal mare, il dato percentuale del consumo annuo schizzi al 10,5 per cento nel 2012, con un aumento dal 2009 dello 0,9%. Al momento non sembra in vista un cambiamento vero, nonostante dati certamente sconfortanti, anche considerando che spesso la criminalità organizzata trova molto redditizio fare affari sull’edilizia e spesso ai danni dell’ambiente (80 reati ambientali al giorno secondo l’ultimo rapporto Ecomafia di Legambiente). Da questo punto di vista una buona proposta di legge sull’introduzione dei reati ambientali giace in Senato dall’anno scorso dopo l’approvazione a larga maggioranza alla Camera. La legge, tra le altre cose, introduce il reato penale di ‘disastro ambientale’ e quello di ‘inquinamento’, prima scoraggiati da semplici sanzioni amministrative.

In definitiva quello che si dovrebbe fare è prendere a modello altri stati europei che hanno mantenuto alti livelli di crescita riducendo la cementificazione, per salvare un territorio che è indubitabilmente molto più ricco di attrazioni naturali e biodiversità.

(nell’immagine il Parco Sud di Milano)

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Storia di un mondo

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Vorrei raccontarvi una storia :una storia che racchiude in sè tutta la pericolosità della ‘ndrangheta in Lombardia, che fa capire quanto in una delle regioni più ricche d’Europa il rischio di infiltrazioni malavitose nell’imprenditoria sia sempre dietro l’angolo e quanto lo Stato sia troppo spesso in ritardo nel controllo della legalità.

Tutto comincia il 2 Maggio 2007 con una corsa all’ospedale Niguarda di Milano. Un uomo è appena stato gambizzato con tre colpi di pistola in Via Camillo e Otto Cima, nella periferia di Lambrate, mentre era alla guida della sua auto, da un altro uomo a volto coperto a bordo di una grossa moto. La vittima, Onorio Longo, sessantacinquenne presidente della cooperativa Safra, non sa spiegarsi il motivo dell’aggressione, e gli investigatori faticano a trovare la pista giusta. Pochi giorni dopo però, la scena si ripete pressochè identica. Accade a Melzo, fuori Milano, e la dinamica è molto simile: Roberto Rigola esce di casa la mattina presto e poco dopo le otto la sua auto viene affiancata da una moto. Ancora una volta partono tre colpi, che questa volta, secondo la polizia, sono stati sparati con l’intenzione di uccidere. Fortunatamente Rigola è solo ferito e può comunicare agli inquirenti di non avere la minima idea delle motivazioni che hanno portato al tentato omicidio.

Quattro giorni dopo la svolta nelle indagini: si presenta alla stazione dei carabinieri di Monza tal Giovanni Apollonio, nato a Potenza ma residente a Melzo, nello stesso palazzo di Roberto Rigola. ‘L’obiettivo dei killer non era Rigola, ero io’. Apollonio spiega di essere il presidente della Rad, cooperativa consorziata Safra. Le indagini sui due agguati vengono unificate e affidate a Mario Venditti, della DDA di Milano. Si inizia a indagare sul mondo della logistica e facchinaggio, settore in cui operano la Safra e la Rad.  Si scopre che uno dei concorrenti più agguerriti della Safra è la Ytaca dello ‘ndranghetista Marcello Paparo (condannato nel 2012 per associazione mafiosa, sentenza poi annullata dalla Cassazione che ha disposto un nuovo processo d’appello). A questo punto il quadro inizia a delinearsi in modo più chiaro. I carabinieri, indagando sul settore, scoprono conflitti feroci per l’accaparramento degli appalti, conflitti che sfociano in una guerra quando si tratta di ottenere l’appalto del nuovo grande deposito che Esselunga ha appena aperto a Biandrate in provincia di Novara. La Ytaca del boss calabrese ha messo gli occhi sull’affare ma la Rad ha già intavolato una trattativa con il direttore vendite di Esselunga. Marcello Paparo non ci sta, e fa affidamento su Luigi Ravanelli, vicepresidente di Rad, che è in rapporti con lui. Il progetto che Ravanelli propone ad Apollonio per Rad è quello di lasciare la Safra e confluire in Ytaca. Apollonio non capisce il motivo di questa operazione e rifiuta questa soluzione. E’ in questi giorni che avviene il primo sanguinoso avvertimento: Longo della Safra viene gambizzato. Nel frattempo Ravanelli viene accolto da Paparo nel consiglio di amministrazione di Ytaca, ed è da questa nuova posizione che inizia a intavolare trattative serrate per inserirsi nell’affare Esselunga. Il suo impegno si rivela vano perché l’8 Maggio l’appalto viene assegnato alla Rad di Apollonio. La reazione non si fa attendere troppo: due giorni dopo viene ferito a Melzo Roberto Rigola, scambiato per Apollonio. E’ da questo momento, secondo il pm Mario Venditti, che Ravanelli inizia a fare pressioni «prima nei confronti di Apollonio e poi su Aldo Di Santo, membro del Cda con una forte ascendente sugli altri consiglieri». Il tentativo però non riesce. Di Santo si presenta addirittura alla stazione dei carabinieri di Cassano d’Adda per denunciare forti pressioni psicologiche di Ravanelli sul consiglio di amministrazione. Nonostante queste pressioni e lo scampato agguato che sarebbe potuto essergli fatale Giovanni Apollonio non cede. A passare a Ytaca non ci sta proprio. Ravanelli arriva a progettare con la moglie, al corrente di tutto, un’intimidazione  nei confronti dei consiglieri: i coniugi contattano due uomini, Alessandro Manno e Cosimo Maiolo, con diversi precedenti penali e ritenuti affiliati alla ‘ndrangheta. Ai due viene affidato il compito di incontrare i due consiglieri Di Santo e Moscato e il presidente Apollonio e fare loro una proposta che riesca a convincerli a cedere a Ytaca. Questo è il racconto che fa Apollonio dell’incontro in una dichiarazione resa ai magistrati il 7 Luglio 2007:

“Circa un mese fa mi trovavo all’interno degli uffici della Rad a Rodano, Via Papa Giovanni XXIII al numero 46, quando, improvvisamente, sono entrati Alessandro Manno e suo cugino Mino Maiolo. Cercavano del sottoscritto. Erano presenti anche i miei soci Aldo di Santo e Giuseppe Moscato. Subito Manno mi chiese dei problemi che il suo amico Luigi Ravanelli stava incontrando all’interno della Rad. Manno mi disse che proprio Ravanelli si era rivolto a lui affinchè io personalmente avessi potuto avvicinarmi alle sue idee. Sempre in quella circostanza, ricordo che i due si soffermarono sull’esigenza di trovare un accordo all’interno della cooperativa che potesse soddisfare tutte le parti, Il fatto che quelle persone[…] che sapevo essere molto vicine a Ravanelli mi avessero contattato facendo riferimento alla situazione della Rad mi lasciò pensare a tutta la situazione che si era verificata e a quanto successo a Rigola. Di certo io ebbi modo di fare le mie considerazioni sul comportamento di Ravanelli, e i due mi dissero che la cosa andava sistemata e che avrebbero parlato nuovamente con Luigi.

Grazie alla tenacia di Giovanni Apollonio e agli arresti avvenuti nell’ambito dell’inchiesta denominata ‘Isola’ nel 2009 la ‘ndrangheta non riuscirà ad  infiltrarsi nell’affare Esselunga ma questa vicenda dimostra più di altre che la ‘ndrangheta è infiltrata nel tessuto imprenditoriale lombardo e non esita a servirsi della violenza o della minaccia della stessa quando un affare va male o qualcuno si mette di traverso. Certo, fa piacere leggere di un imprenditore come Giovanni Apollonio che non cede e combatte ma il quadro di uno Stato debole che si regge su eroi che rischiano la vita per lottare contro l’ingiustizia è desolante.

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