Vittime e carnefici

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Siamo tutti vittime e carnefici. Ricordo queste parole di Amitav Ghosh alla presentazione di un libro in cui il famoso scrittore indiano provava a risalire alle cause che portano al silenzio pressoché totale che circonda la crisi climatica, tema fondamentale di questo secolo. Qualche giorno fa è stato rilasciato un rapporto veramente allarmante dell’IPCC (gruppo intergovernativo di scienziati che si occupa di cambiamenti climatici), in cui si avverte che potrebbero esserci pochissimi anni disponibili per agire in modo da evitare quantomeno le conseguenze più catastrofiche, osservando quindi che gli impegni presi a Parigi non basteranno. Il giorno dopo le prime pagine dei quotidiani Italiani si concentravano sullo spread. L’indifferenza dei cittadini posso anche comprenderla, dal momento che potersi occupare di problemi che non siano cosa mettere nel piatto la sera è un lusso che in tanti non si possono permettere. Ma l’ignoranza dei media e dei partiti politici italiani è veramente imperdonabile. Indagare le cause per le quali non si riesce a discutere in modo efficace della crisi peggiore della nostra epoca è interessante, ma anche avvilente: in qualche modo questo problema mette in crisi ogni nostra certezza. Siamo vittime e carnefici. Alcuni più vittime e carnefici di altre, ma ci siamo dentro tutti. Da quando il consumo è entrato a far parte della nostra cultura, non possiamo mentire a noi stessi, la vita di milioni di persone è migliorata. L’aspettativa di vita è cresciuta, mentre la mortalità infantile decresceva. Abbiamo lasciato una faticosa vita in campagna per rispondere all’allettante richiamo della città, della modernità, dello svago, della comodità. Nessuno si è mai chiesto se quel sistema fosse sostenibile, perché fino a un certo punto ha portato ricchezza un po’ a tutti, in modo probabilmente meno iniquo rispetto a oggi. Il consumo ha permeato tutti gli aspetti della nostra società, compresa la cultura, e i problemi relativi ai cambiamenti climatici sono stati sempre relegati alla categoria della fantascienza, senza entrare realmente nell’immaginario delle persone.m

Abbiamo chiamato questa crisi in molti modi: buco nell’ozono, riscaldamento globale, crisi idrica, desertificazione, scioglimento dei ghiacci, inquinamento. Non riusciamo mai a vedere mai il quadro d’insieme perché un po’ ci spaventa. Che metta in discussione definitivamente la nostra idea di economia? Che le società per come sono state costruite non funzionino? Io non ho gli strumenti per rispondere, ma queste domande me le faccio, e oggettivamente mettono paura. Trovo che pensare che una crisi di questo genere si possa risolvere solo ed esclusivamente limitando le emissioni di gas serra sia piuttosto semplicistico. É anche per questo che il problema dovrebbe avere molto più spazio, perché se ci pensiamo bene coinvolge ogni aspetto della nostra vita, e della vita del pianeta: il nostro concetto di produzione e di consumo, l’idea di sviluppo, la tenuta delle società, le migrazioni e le disuguaglianze, il nostro rapporto con la natura e le risorse naturali, il modello economico, il nostro stile di vita. Siamo tutti coinvolti e purtroppo mettere le lampadine a basso consumo non basterà. Quello che è certo è che c’è più consapevolezza rispetto solo a 10 anni fa, ma forse solo in chi si può permettere di avere uno sguardo diverso sulle cose, e purtroppo spesso il rischio è che la sostenibilità diventi un settore di mercato fatto su misura per noi, nel quale possiamo trovare conforto e sentirci meglio. Il problema è che abbiamo reso le nostre società tanto diseguali sotto ogni punto di vista che ormai facciamo veramente fatica a trovare un modo per condividere questo tema con persone che non facciano parte del nostro ‘giro giusto’. Eppure tante piccole crisi ambientali coinvolgono soprattutto persone a volte ignare del fenomeno globale. La soluzione del problema è probabilmente nelle popolazioni che più subiranno le conseguenze catastrofiche di cui ha parlato l’IPCC, e che ci chiederanno conto di queste conseguenze. E che faremo? Mostreremo la tessera del Naturasì? 

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be still

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Io c’ero, ci sono passato sotto ieri, sopra l’anno scorso, ci sarei passato domani, è colpa della gronda, colpa dei no gronda, risarcimenti, vergogna, e noi paghiamo. Il 14 Agosto, a poche ore da una tragedia incommensurabile, tutto era già diventato merce da social, e io mi chiedevo come fosse possibile che le persone avessero voglia di esprimere qualcosa. Sono stato un’ora in silenzio davanti a un computer, in un ufficio vuoto, in un’altra città. Un genovese è abituato alle sciagure, è vaccinato , è diventato negli anni molto, molto forte. Genova è una città fragile, e se ci cresci ti abitui all’idea e ti affezioni anche a quello, impari ad apprezzare le imperfezioni di una città decadente e splendida, abbandonata ma che attira chi sa giudicare oltre le apparenze. Quello che è successo Martedì però è un’altra storia. Ci sono diverse ragioni che mi hanno inchiodato a quella sedia facendomi totalmente dimenticare il pranzo: l’aspetto più pragmatico, che in tantissimi hanno sottolineato, è che fa orrore l’idea che potesse veramente capitare a chiunque, e questo porta a riflessioni più profonde sulle ragioni per cui sono morte alcune persone e non altre. Anche le alluvioni sono state tragiche, ma qui la sensazione di paura è stata amplificata dall’assoluta rapidità e imprevedibilità di un evento disastroso che ha tolto la vita a 40 persone scelte a caso. Era talmente scontato quel tratto di strada che non lo consideravi neanche un ponte, semplicemente un tratto di autostrada, un pezzo di città. Mi capitava di pensarlo come un ponte quando ci passavo sotto, e spesso mi chiedevo come avessimo fatto a costruire un ponte su delle case, se fosse vita vivere tra un pilone di calcestruzzo e il Polcevera. In molti se ne sono accorti ora che è caduto che c’erano persone sotto quel ponte. 

Non sono una persona che ama la retorica, mi piace essere concreto, ma in questi giorni ho fatto fatica a pensare alla viabilità, alla politica, alle responsabilità di società autostrade, e ho compatito chi per lavoro deve farlo, perché va fatto. Mi sono concentrato su una botta psicologica molto forte, che ho provato io e tutte le persone con cui ho parlato. La sensazione drammatica che in Italia ti può succedere di tutto se crolla uno dei viadotti più importanti del nord ovest, e che Genova rischia di essere spacciata, oppure può provare a rilanciarsi una volta per tutte. Mi piacerebbe che il rilancio passasse da una domanda che tutti ci dovremmo porre su cosa vorremmo fosse la nostra città fra 100 anni. Servirà di certo un ponte nuovo, altre infrastrutture, ma bisogna anche domandarsi sul serio se il nostro futuro dipende solo dalle infrastrutture o c’è qualcos’altro da fare.

Non era solo un ponte. Non provavo nessun sentimento nei confronti del viadotto per quanto mi riguarda, un pezzo di calcestruzzo, ma non era un ponte. Dire che è caduto un ponte a Genova secondo me non rende l’idea, e probabilmente non c’è nulla che possa farlo. Ho provato a descrivere ad amici la situazione cercando un paragone con Milano, ma è impossibile. Un crollo di questo genere spezza in due la città, ti sbatte in faccia la fragilità di Genova, le colpe di tutti noi, che abbiamo permesso che il territorio fosse devastato da opere che neanche reggono, oltre a essere spesso uno sfregio al territorio. Come è facile mettere in ginocchio questa città. Sul treno, lasciando Genova, mi son reso conto di quanto la ami e ho pensato che non sarei potuto nascere in un altro posto. Una città fragile necessità protezione, e questo è probabilmente il motivo per cui un genovese, anche vivendo molto lontano, rimane legato a questo sfortunatissimo tratto di costa.

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Exit West e i confini del mondo

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“In una città traboccante di rifugiati ma ancora perlopiù in pace, o almeno non del tutto in guerra, un giovane uomo incontrò una giovane donna in un’aula scolastica e non le parlò”. Non ho mai capito perché, ma alcuni scrittori sono talmente bravi che, anche senza sforzarsi, senza risultare costruiti, riescono con estrema semplicità e in pochissime righe a farti toccare l’anima del libro. Mohsin Hamid, scrittore pakistano già molto noto ai lettori più attenti, ci è riuscito ancora nell’incipit del suo ultimo romanzo Exit West, uscito quest’anno per Einaudi. La storia è quella di due ragazzi, Nadia e Saeed, cresciuti in una città che vive le drammatiche conseguenze di una guerra e che cercano un posto in cui vivere ed essere felici. I dubbi, il rimpianto per quello che ci si lascia dietro, le speranze, l’umiliazione, il sogno di ammirare un giorno i cieli stellati del Cile. Ciò che unisce tutto il racconto e rende il libro speciale è però la figura centrale delle porte. Una porta è solo un pezzo di legno contornato da un architrave che separa due spazi, ma può essere molto di più. Hamid in questo caso vede la porta come confine, e a attraverso un espediente fantascientifico fa vacillare alcune delle nostre certezze su queste linee invisibili e reali che ci separano dai nostri vicini. I confini sono porte, ma sono porte anche i cellulari, i computer e l’accesso che danno al mondo. Quando scriviamo su Twitter oltrepassiamo una porta, quando comunichiamo su Skype oltrepassiamo una porta, e in questo romanzo Hamid immagina che Saeed e Nadia possano utilizzare le porte-confini con la stessa facilità con cui si servono delle porte tecnologiche. Un romanzo sui confini esteriori e interiori, ma anche sull’amore e la paura, sentimenti che sempre di più dominano l’attualità e scandiscono il ritmo delle nostre vite. L’amore che ci porta a muoverci, la paura che porta a chiuderci in noi stessi, l’amore che ci invita a condividere e la paura che ci intristisce. Exit West è una storia d’amore soprattutto, non una storia di rifugiati, e credo vada letto in questa ottica. E’ un libro di cui godere senza pregiudizi e avendo cura di liberarsi di tutti i pesi di cui l’informazione e l’attualità ci caricano, e che offre spunti molto interessanti: il confine più difficile da abbattere, che separa la razionalità dall’emotività; la pochezza e l’inutilità dei nostri muri di fronte alla cruda ma anche magnifica realtà; l’assoluta necessità di tornare a incontrare le persone, guardarle negli occhi, conoscersi e conoscere le storie di ognuno, ritrovando ciò che ci unisce. L’idea che alla fine la paura e l’amore, sentimenti che accomunano tutti gli esseri umani possano rappresentare una possibilità di costruzione di un mondo migliore.

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Goats Head Soup e la maledizione del disco di Angie

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Come si fa a ripartire dopo un disco come Exile on Main Street? Dopo un album considerato uno dei migliori della storia della musica, dopo un tour di 50 date negli Stati Uniti che diventerà leggenda? Nel 1972 i Rolling Stones, per loro stessa ammissione, sono un po’ spremuti dal successo oltre che dalle vicende legali che li perseguitano, e le varie componenti del gruppo iniziano a muoversi in ordine sparso: mentre Keith Richards  è sempre più tormentato dalla dipendenza dall’eroina, Mick Jagger assurge ormai  al ruolo di ‘guida’ della band, sempre più rock star inserita nel jet set, quando fino a qualche anno prima il successo degli Stones era basato anche sul fatto che non avesse bisogno di alcuna guida. Nel frattempo Mick Taylor, che ha sostituito ormai da anni il chitarrista Brian Jones, scomparso tragicamente nel 69, oltre a non andare d’accordo con Keith Richards non si sente del tutto valorizzato nella band, e inizia a palesare il suo disagio. Exile era un album glorificato dalla critica e dal pubblico, una grandiosa armonia di pezzi che sembravano, quasi per magia, essersi disposti in modo da creare una delle meraviglie della musica contemporanea. Era possibile ripartire da un successo del genere e pensare di poterlo superare o eguagliare? Ovviamente no. L’errore che si fa molto spesso, comprensibile e naturale, è quello di classificare ogni cosa: dal migliore al peggiore, dal più bello al più brutto. In questo modo dimentichiamo però che ogni album andrebbe valutato per quello che è, cercando il più possibile di evitare i paragoni con ingombranti precedenti, e rimuoviamo dalla nostra memoria quelli che consideriamo incidenti di percorso.

Così è successo anche per gli album dei Rolling Stones: per anni il seguito di Exile on Main Street, Goats Head Soup (dal nome di un piatto giamaicano) è stato considerato uno degli album peggiori della band inglese, uno degli incidenti di percorso da dimenticare. Ovviamente nessuno può negare che ci sia un abisso tra Let it Bleed, Sticky Fingers,  Exile e gli album che vennero dopo. Proviamo però a fare uno sforzo e ricerchiamo  la bellezza nascosta nell’album che da molti viene considerato l’inizio del declino. All’interno di Goats Head Soup, registrato in Giamaica, uno dei pochi paesi in cui la band non era ricercata per motivi fiscali o di ordine pubblico, troviamo molti degli aspetti che rendono questi anni tra i più difficili nella carriera degli Stones. Complici anche i problemi di dipendenza di Keith Richars, Mick Taylor risulta essere fondamentale nella creazione del suono di Goats Head Soup: disco più introspettivo e lento, meno travolgente ma permeato di un sottile velo di malinconia. Per anni l’album viene ricordato semplicemente come ‘l’album di Angie’, scelta come primo estratto e che lo fece schizzare in vetta alle classifiche. Lungi dallo sminuire Angie, canzone meravigliosa che giustamente rimane tra le più ricordate, soprattutto negli Stati Uniti, è un pezzo che, se ascoltato nel contesto del suo album, assume una bellezza ancora più profonda, mentre solitamente viene presentata semplicemente come la grande hit, rischiando di perdere parte del suo fascino. Ovviamente Angie fece per magia dimenticare il resto dell’album: Coming Down Again, ballata scritta e cantata da un Keith Richards molto ispirato che, secondo quanto scrive Richards stesso nella sua autobiografia ‘non so se trattasse della droga, era soltanto una canzone triste, di quella malinconia che cerchi dentro te stesso’. Sorretta dal piano di Nicky Hopkins, la canzone ha il suo culmine in uno splendido assolo  di sax, in una sorta di dialogo onirico. La prima canzone registrata durante le sessioni del disco fu  ‘Winter’ (titolo paradossale per una canzone incisa in un paese caraibico), vera perla dimenticata dell’album, e tra le più sottovalutate dell’intera discografia dei Rolling Stones. La voce di Mick Jagger è graffiante e malinconica, un qualcosa di abbastanza inedito rispetto ai precedenti della band. Ciò che rende però Winter indimenticabile e unica è il talento unico di uno dei chitarristi più sottovalutati della storia della musica. Keith Richards è del tutto assente nel pezzo, come in molti altri dell’album, e Mick Taylor può quindi sfoggiare tutto il suo estro, con assoli splendidi e radiosi che donano al brano un senso di maestosità. Mai del tutto inserito negli Stones, sentendosi poco valorizzato e non riuscendosi a imporre come autore, nel 1974 lascerà il gruppo: penalizzato da un carattere schivo e introverso, resterà sempre nell’ombra di chitarristi meno talentuosi. Anche lui, come Goats Head Soup, andrebbe rivalutato e ringraziato per il contributo che ha dato agli Stones nella realizzazione di alcuni degli album più significativi della storia della musica contemporanea.

Contro ogni recensione e stroncatura, Goats Head Soup va riascoltato e rivalutato. Questo non significa che si possa improvvisamente arrivare a definirlo pari ai precedenti, ma che si avrà in qualche modo la possibilità di rivivere un momento cruciale nella storia dei Rolling Stones, di apprezzare il lavoro che c’è dietro, di notare elementi di bellezza anche nell’imperfezione di un disco ingiustamente dimenticato.

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Ceremony: da Ian Curtis ai New Order

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E’ il 1980, i Joy Division sono un gruppo post punk ormai molto noto in Inghilterra, soprattutto nel nord, il loro secondo LP uscirà a breve e sono in procinto di partire per gli Stati Uniti per il loro primo tour americano, che molto probabilmente li consacrerà definitivamente. Un urlo di terrore di Deborah, moglie del cantante della band, li sveglia bruscamente dal sogno una domenica di Maggio, il giorno prima del volo per New York: Ian Curtis, anima del gruppo, cantante, poeta, ha ritentato il suicidio, e questa volta è andato fino in fondo. Da qui in poi nascerà la leggenda dei Joy Division e di Ian Curtis, ragazzo di 23 anni della periferia di Manchester, troppo sensibile, soffocato dall’epilessia, poco aiutato e incapace di cercare aiuto. Leggenda sicuramente in parte alimentata dal suicidio di Ian, ma che consentì a tutto il mondo di scoprire una band che, muovendo dal punk, creò un suono che avrebbe influenzato generazioni di musicisti dagli anni 80 ad oggi.

Quello che accade dopo il suicidio di Ian Curtis è probabilmente il contrario di ciò che ci si aspetterebbe: a pochissimi mesi di distanza dalla tragedia, quasi senza lasciare il tempo minimo di elaborazione del lutto, nascono i New Order. Bernard Sumner (chitarra), Peter Hook (basso), e Stephen Morris (batteria) hanno quindi deciso, insieme al manager Rob Gratton, che il modo migliore per superare la crisi è andare avanti. Sono tutti molto giovani, e non possono immaginare che la fine dei Joy Division rappresenti la fine anche della loro carriera. Prendono la ragazza di Stephen (Gilian Gilbert) come tastierista, e provano a turno come cantanti: alla fine la scelta cade su Bernard Sumner. Alcuni dei primi pezzi che incidono come New Order sono scritti da Ian: in particolare Ceremony è stata scritta poche settimane prima della sua morte, ed è stata anche suonata live nell’ultima data dei Joy Division prima dello scioglimento all’Università di Birmingham. Nelle prime registrazioni è molto evidente il tentativo di Bernard di imitare lo stile unico che contraddistingueva Ian. Nel 1981 verrà ne verrà registrata una versione finalmente perfetta. Oltre a essere la canzone che mi fece appassionare alla musica dei New Order, pezzo semplice ma perfetto in ogni parte, il giro di basso, la martellante sezione ritmica, le stilettate di chitarra, l’ho sempre vista come l’anello di congiunzione tra i Joy Division e i New Order: un’eredità per ripartire. A mio modo di vedere la canzone più bella di Ian Curtis.

La musica dei New Order è ormai nota a tutti, ma i primi anni della loro carriera, rinnegati in parte anche dalla band stessa, mi hanno sempre affascinato.I video live dei primi anni 80 sono emozionanti : Ian è ancora presente in qualche modo, una presenza ingombrante. Bernard canta, impacciato, provando a non far rimpiangere il passato, ma lo stile resta quello che ha reso famosi i Joy Division, e il confronto tra Ian e Bernard in questo caso non regge. Nessuno dei ragazzi sembra aver ancora capito in che modo potranno andare avanti. Negli anni i New Order troveranno il proprio stile, si avvicineranno alla musica elettronica e dance e in qualche modo sarà questa la loro reazione alla tragedia: ripartire dalla cupezza dei Joy Division per percorrere la strada verso una musica più dolce ed elegante.

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Non uno di meno

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Girato da  Zhāng Yìmóu, vincitore della Palma d’Oro a Venezia come miglior film nel 1999, ‘Non uno di meno’, film ambientato in una Cina rurale e contemporanea, offre spunti interessanti per capire quali siano le condizioni ideali per lo sviluppo del lavoro minorile e della schiavitù. Il film narra la vicenda di una ragazzina di 13 anni che si trova a dover fare da supplente per un mese in una scuola in una zona molto povera e rurale della Cina. Il maestro, prima della sua partenza, promette alla ragazzina una ricompensa in denaro, che le verrà data solo nel caso che, al suo ritorno, non vi sia neanche uno di meno dei 28 alunni. Infatti, le povere condizioni in cui versano le famiglie degli scolari fanno sì che spesso molti di essi debbano lasciare la scuola per aiutare economicamente i genitori. Oltre ai problemi relativi alle difficoltà che può incontrare una tredicenne di fronte alla sfida dell’insegnamento, la ragazzina si trova proprio di fronte al caso di un alunno che parte per la città per cercare lavoro e aiutare la mamma. La piccola maestra deciderà quindi di intraprendere un viaggio disperato in città alla ricerca di questo alunno, senza alcuna risorsa economica e tra mille difficoltà, potendo contare solo sulla propria intraprendenza. Un film consigliato a tutti, che, oltre a offrirci un quadro di una Cina diversa da come spesso ci viene raccontata, ci invita a riflettere su quanto, in Cina come in ogni parte del mondo, l’emancipazione da una condizione di povertà estrema e l’educazione siano condizioni imprescindibili per sradicare il lavoro minorile e la schiavitù.

 

 

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Votare sì, nonostante la propaganda

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Ci si mettono sempre d’impegno a far passare la voglia di votare: come per le elezioni politiche, anche in occasione dei referendum si scatena una propaganda becera che tira fuori argomenti molto distanti da ciò che si chiede ai cittadini nel quesito. Anche nel caso del referendum del 17 sulle piattaforme estrattive si è fatta un sacco di confusione, da una parte e dall’altra. Forse è vero che l’unico modo per provare a raggiungere il quorum in Italia non è informare le persone ma puntare sulle paure, ma resta qualcosa di scorretto e in parte poco democratico. Nonostante gli inganni, le inesattezze e le campagne pubblicitarie sessiste, i motivi per votare sì ci sono ancora tutti. Non credo sia affatto un referendum decisivo per la politica energetica dell’Italia, come fa credere chi voterà no o si asterrà. Nel caso di una vittoria del sì non dovremo andare da Putin col cappello in mano lunedì mattina a chiedere ancora un po’ di gas: le concessioni relative a queste piattaforme dureranno ancora diversi anni, ci sarà tutto il tempo del mondo per sostituire quella minima quota di consumo nazionale di gas e petrolio in un modo più saggio. Sarà il governo italiano a doversi occupare finalmente di fornire al nostro paese una politica energetica in linea con gli accordi di Parigi (anche oltre gli accordi, possibilmente) e magari iniziare un percorso di sensibilizzazione sul tema del risparmio energetico (che vada oltre il consiglio di cambiare tutte le lampadine della casa). Altra argomentazione stravagante usata per sostenere il no è la perdita dei posti di lavoro: come prima, nessun lavoratore (si parla di circa 10000 lavoratori nel settore estrattivo, quindi quelli interessati dal referendum sono molti meno) perderà il posto da lunedì. Ovviamente, come è ovvio e normale che sia, se uno stato ha intenzione di cambiare qualcosa nella politica energetica nazionale, qualcuno prima o poi perderà il posto, con la prospettiva di ritrovarlo in un altro settore. In ogni caso è bello notare che c’è chi si interessa ai lavoratori a targhe alterne: non si è sentita volare una mosca quando migliaia di agricoltori lombardi hanno perso le proprie attività a causa della costruzione della Brebemi, autostrada parallela alla A4, inutile e impattante in una regione già troppo cementificata e inquinata. Chi sostiene il no dice di avere davvero a cuore l’ambiente, ‘non come questi ambientalisti della Domenica!!’: li aspetto al varco per impedire che venga costruita la tangenziale esterna ovest di Milano in pieno Parco Agricolo Sud, ultimo baluardo verde in una regione sempre più grigia. In ogni caso la ragione più importante per votare sì è l’unica che non è stata quasi mai sostenuta dalla propaganda pro sì: l’anno scorso è stato a detta di tutti l’anno più caldo mai registrato nella storia, i primi mesi del 2016 hanno segnato nuovi record di temperatura, i ghiacci si sciolgono a velocità considerevole, il livello dei mari si alza, alcuni eventi meteorologici estremi sono attribuibili ai cambiamenti climatici e questi cambiamenti climatici sono a loro volta attribuibili all’attività dell’uomo e al nostro uso di combustibili fossili. Secondo chi studia questi fenomeni se vogliamo avere una possibilità che la temperatura si alzi ‘solo’ di 2° gradi rispetto alla media pre-industriale c’è un’unica condizione: un terzo del petrolio, metà del gas e l’80% del carbone disponibili sul pianeta vanno lasciati sotto terra. L’Italia ha firmato un accordo definito da alcuni storico lo scorso Dicembre a Parigi, in cui gli stati si impegnano a ridurre le emissioni: il nostro paese sta facendo molto in questi anni, come tanti altri, ma sembra già che non sia abbastanza per rimanere sotto la soglia dei 2° di aumento della temperatura. In un contesto in cui stiamo stravolgendo gli ecosistemi e l’ambiente per la prima volta da quando esiste il nostro pianeta penso dovremmo essere in grado di rinunciare a una quota così bassa di gas e petrolio. Questo ovviamente se vogliamo considerarci un paese che guarda al futuro.  La scienza ci dice che, anche se ci sono ancora combustibili fossili disponibili, dobbiamo lasciarli dove sono. Il quesito ci chiede proprio questo! Volete che si rinnovino le concessioni per le piattaforme estrattive ancora in grado di estrarre gas e petrolio? NO!

Ossia votiamo Sì!

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